Le vite di un cuore

Cosa vuoi che sia
L’ennesimo addio
L’ennesimo amore fallito
il più recente
“Vorrei,
Ma non posso”.

Cosa vuoi che sia
Quell’ingenuo capriccio
Che l’ha portata via
La sua giovane fretta
Di decifrare in un lampo
l’alfabeto del cuore
Prima di poter dire
“A domani”, o
“Buonanotte”

Cosa vuoi che sia
Questo dolore
Rispetto alla mia vita
Intera.
Questo bruciore allo stomaco
Per uno che è morto
E già rinato
Tante volte quante
Sono concesse a un cuore

Sette vite – dicono
Siano donate ai felini
Ma ben più forte è questo muscolo
Che ancora vive

A ogni nuova rinascita più forte
Tanto più forte
da non sentire niente.

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Forse verrò domani ad un prato verde

Sleale è insistere su chi sono io.
Il punto di partenza è scontato
l’arrivo è certo nello stato
attuale: morte come sostanza
o strato finale di un cuore malato.
Oh, vorrei rinascere, ritornare indietro
ma non posso. Troppo ho peccato
di peccati non miei, attribuiti
a posteri, mancati inganni.
Cerco amori nuovi, violente sere.
Perdono chiedo a chi non amai.
Forse verrò domani ad un prato
verde, – e non sarò più solo.

Dario Bellezza, da L’avversario (Mondadori, 1994)

Gufi (Hold Me Fast)

È una mattina silenziosa, amore mio. Ti ho mai detto che l’autunno qui dura appena due settimane? Ti ho mai parlato del freddo che fa, che inizia a fare, tutto in una volta, verso i primi di settembre? Neanche il tempo di richiudere la finestra che già ti nevica in casa. Non esiste l’autunno. È il secondo anno che sto senza autunno e senza caldarroste e senza cachi. Lo sai quanto è importante per me la stagione più triste, perciò puoi solo immaginare la mia fatica. Ho preso in giro tutti, a partire da me stesso, per tanti anni, dicendo di amare la primavera sopra tutte le stagioni. Ma non è vero. Amo l’autunno così come amo l’Islanda: più di ogni altra cosa, ma solo temporaneamente. Non potrei vivere in un mondo sempre decadente, ma in quei pochi mesi che decretano la fine dell’estate, in quelle settimane variopinte, coreografie e malinconiche, io vivo più che mai. Vivo nella proiezione fisica della mia avvolgente oscurità, che però è fatta anche di calore, di famiglia, di bellezza, di mani che tengono altre mani, di poesie scritte ai piedi di una quercia che muore. Scrivo versi alla vita, quando più la sento sfuggirmi. Nell’autunno del vino e del caffè, io mi allineo al mondo che si allinea al mio lieve tormento, e tutto trova una sua forma più precisa. Così, anche un’estrema lucidità mi raggiunge, sempre temporaneamente. L’autunno ci solletica il cuore con le sue pretese di bilanci, conclusioni e partenze. Ci ammonisce l’anima, perennemente insoddisfatta dei propri traguardi. Ci invita a godere degli ultimi frutti, senza lamentarci troppo. Ci invita a soffrire in silenzio, come fanno le foglie, la lontananza, i fallimenti, le strade sbagliate, i pentimenti, i rimpianti e le cose perdute. Come fanno le foglie, amore mio. Lo sai, è sempre avanti che devi guardare, perché fra un giorno sarà già neve a entrarti nella stanza e allora ogni risoluzione dovrà essere rimandata a primavera. Bisogna afferrarsi in fretta, quando cadono le foglie. Trovare un tronco bucato dentro cui nascondersi, prima che la notte inizi a congelare. Diventare piccoli gufi, scrollarsi di dosso la brina, spalancare gli occhi e decidere da che parte andare. Da che parte, amore?

Se ogni poesia

Vorrei sapere
il nome scientifico
di questo disastro
di questo contagio
perenne
Se
ovunque io
vada:
Ogni giardino
è il nostro giardino
E ogni siepe
la nostra siepe
Ogni estate
la nostra estate
E ogni cantiere in costruzione
quel cantiere sul mare.
E ogni bambino
è il nostro bambino mai nato
Ogni animale domestico
il nostro animale
Se a ogni finestra
corrisponde il riflesso
della nostra vecchia dimora
E a ogni amore nuovo
corrisponde soltanto
quel che tu
gli concedi di essere

Dorme

Il tuo corpo su di me
freddo come
il metallo di una nave
Lo accarezzo senza ostacolo
liscio
come uno scoglio
levigato
da correnti millenarie.
Le tue mani sono ancore
macchiate da una rima.
Polpastrelli secchi
contro il freddo cielo
di un’estate dissidente.
E quel minuscolo callo
come il cuscino scomodo
su cui sogna la tua penna
quando vive.
Fai piangere anche i fianchi
se non li stringi ancora
E il mento, il dorso delle mani
se non si sbavano di te.
Fai piangere le aquile
perse fra le nuvole
confuse e senza prede.
Fai piangere anche il cuore
scoperto, sparso, messo all’asta
Per un nuovo padrone.
Il tuo corpo magro su di me
bianco come il latte
liscio come il mondo
se svanissero
le sue montagne scure.
Vorrei mangiarti il petto
il seno, il collo
e la spina dorsale
i lobi delle orecchie
i piedi, i polpacci, le spalle
la natiche
quel naso ossuto, sottile
che mi spingi sulle costole
stanche
mentre ti addormenti.
Vorrei mangiarti il cuore
e dentro le sue stanze
scoprire com’è un mondo
dove sono assente.
Un dito sulle labbra chiuse
a nascondere quel ghigno
arrogante
che ti è rimasto incollato
fra le guance.
E da lontano
Io ti amo maggiormente
Ma da vicino
Sento solo l’assordante indifferenza
del tuo rumorosissimo russare.