Prima di approdare sulla tua isola e camminare felice nel sole, hai navigato a lungo nel mio stesso mare in tempesta. Lontana, vicina ad altre coste, preda di altre tormente, eppure nello stesso identico mare. A volte remiamo in avanti pieni di speranze, pur lasciando che un occhio guardi indietro. Lo facciamo perché il temporale più brutto e logorante è l’apatia. Piuttosto che rassegnarci a essere soli e non sentire niente ci lasciamo stuzzicare da un anelito di malinconia, da un’illusione ripetuta. Ma questo non vuol dire nulla. I remi continuano a marciare spediti verso la terra promessa, il capitano solitario di questo veliero ammaccato continua a maledire le nuvole nere che inondano il cielo, senza voltarsi indietro. Finché non sarà luce, finché non sarà mattina, finché non saranno lacrime di felicità a rigare i nostri volti: Terra nova da baciare e coltivare, di cui assaporare i frutti pienamente.
Non essere severa con chi ancora è perso in quel mare senza stelle in cui tu stessa hai abitato tanto a lungo e di cui hai scritto con la stessa violenta e nostalgica amarezza. Non essere così dura con chi ancora è costretto a collezionare buchi nell’acqua. Pensami un po’, semmai. Soprattutto nei giorni più luminosi. Regala un briciolo di amore al vento che possa portarlo da me, così che possa sperare di trovare anch’io il mio tesoro, sepolto sotto qualche riva del mondo. Non arrabbiarti con i sogni e nemmeno col passato. Che qualcosa di vero invece c’è stato, per fortuna. E te ne sono grato.

“Was it really how you sing it, dear?
I remember worse than blood and tears.
And did you love me like the way you wrote?”
“I’m afraid so”.

Ora che tutto sembra finalmente facile, ora che il sole splende a mezzogiorno, mi vedo ancora certe volte seduto al tavolo di un bar, nel centro storico di una città del nord Italia. Quei maledetti uccelli che ci svolazzano intorno. Credo di avere davanti uno Spritz. Tu lo sai che mi fa schifo, però rende l’idea. Anche se ci sono le nuvole, indosso i miei ultimi occhiali da sole, costati troppo e troppo presto rotti per qualche ragione – probabilmente schiacciati da un volume titanico di linguistica storica. Potrebbe persino cominciare a piovere. Ho una camicia ben stirata a quadretti bianchi e blu e un orologio, naturalmente nero. Della lacca nei capelli per somigliare almeno un po’ a uno degli attori che ammiri alla TV e che non si capisce come facciano a non spettinarsi mai, nemmeno quando l’autrice decide di coinvolgerli in disastri aerei o attentati terroristici. Avrò qualche goccia di quell’unico profumo che indosso dal 2006 e di cui possiedo l’ultima bottiglia in circolazione, ancora mezza piena. La raccolgo dalla mensola solo per le occasioni speciali. E sulla serietà di questo aperitivo che va avanti in eterno dentro ai miei pensieri non c’è da dubitare. Si sente un suono di campane in sottofondo, di tanto in tanto. E il rumore di sorsi, e il rumore di risa. Il suono delle biciclette e delle borse della spesa. E il brusio di sorrisi attesi, accompagnati dalla melodia di un vento di primavera. Colpi di tosse, qualche discussione. Un “grazie”, un “per favore”. Fra un “grazie” e un “per favore”, un “ti amo” pronunciato all’orecchio di qualcuno in una lingua che non è la mia. Avrei dovuto indossare una cravatta? Non indosso mai la cravatta. Ma, se è per questo, nemmeno l’orologio. E non bevo nemmeno lo Spritz. E detesto la lacca. E detesto il tuo silenzio aggrovigliato, così come la finzione di un momento soltanto immaginato. Una forchetta e un coltello che stridono sul piatto. Pelle d’oca per quello che non sto dicendo, perché non sto coprendo l’orchestra della vita con tutte le parole pensate e pesate nel tempo, che adesso avrei finalmente l’occasione di dire.
Ti avevo promesso che non sarei tornato, che non avrei più scritto nulla, e in effetti non lo sto facendo. Non lo faccio da una vita. È che a volte i sogni ci si mettono, sai, e anche se ora è finalmente tutto facile, persino finire dentro al letto della prima sconosciuta, io continuo a sognare. E quando mi sveglio mi prende una cosa qui, proprio alla bocca dello stomaco. E mi accorgo che la visione che ho di te, dentro questo sogno, seduta davanti a me sotto al sole di San Marco, dolce e silenziosa nella quiete funebre di una decisione già segretamente presa, mentre rispondi a un signore inglese dal buffo cappello che “No, we’re not on honeymoon. Not yet.”; ecco, mi rendo conto in questa visione tu non c’entri proprio niente. E mi verrebbe quasi da chiederti scusa per aver permesso al mio cervello di usare la tua faccia, l’associazione al tuo ricordo, per comunicarmi tutt’altro. Scusa, per averti di nuovo coinvolto in qualcosa che davvero non ti riguarda. È che il cuore non è un soldatino, come dice Vecchioni, piuttosto un pescatore solitario. Un piccolo uomo che a volte si ritrova prematuramente vecchio e rannicchiato, livido, a lanciar l’amo nel lago dei baci spezzati per pescare l’immagine antica dell’ultimo momento in cui si è sentito davvero felice. È quel piccolo signore sulla riva, a piedi nudi nell’acqua sporca di San Marco, che non sa che altra immagine proporre alle mie notti per combattere la solitudine, se non quella dell’ultima fotografia di gioia sconfinata. Ecco cos’è, questa cosa. Te lo posso dire. È più che altro solitudine. È il mio cuore che dice “Dammi da mangiare”. “Ho fame”. Ha fame, ma io non ho cibo da offrire, e nel frattempo si nutre di lunghissime ombre, tanto stiracchiate e surreali… Completamente distorte nel tempo e nello spazio. Figure anacronistiche che non racchiudono nemmeno più l’idea di quello che erano in principio. Un po’ come gli orologi di Dalì. Quegli orologi che non sanno più da che parte è andato il tempo. Memorie disciolte nella notte, quando la realtà può permettersi di diventare malinconico miraggio. Quando si scambia una preoccupazione per un vecchio amore, un cuore stanco per un pescatore.

Nella quiete di un oliveto la lieve contemplazione della luna, la pietra fredda della cascina poco lontana. Gambe nude e gonfie e occhi stanchissimi. Mio cugino sull’uscio che intona un canto per persuadere due nuvole a non assediare il cielo. Struggente e tribale, una visione raccolta in un secchio fra lacrime d’Africa. Solo il suo volto nelle pieghe del deserto. Solo, in mezzo al mio cuore, il mare aperto. Un filo d’erba a penzolare dalle labbra semichiuse. Il fiume che invita a restare. Inizia a rinfrescare, ma non abbastanza da far muovere un muscolo. Sui volti di tutti veleggia un pensiero di morte. Un brivido anticipato che ci dirotta a triste conclusione. Io e te in un angolo, i ginocchi travolti da chiazze di verde e sparso fogliame. Una coccola dietro le orecchie. Una coccola cui segue una coccola, cui segue una coccola, che mi sbriciola amore sul collo, mentre mi morde con denti affilati e serrata mandibola il desiderio di te.
Ma a un tratto una donna dietro al volto della donna che amo ci costringe a lasciare il giaciglio, a infrangere lo specchio della nostra indifferenza mimetica. Un’anziana signora con gli occhi che brillano facendo da specchio alle stelle ci informa che le ricordiamo il suo giovane amore. Eccola, allora, che ci invita ad osare, a bere dalla coppa più vino, a consumare con foga la carne che tanto comunque verrà consumata, a leccare il sudore dei nostri corpi contratti, a promettere il cielo di un futuro ancora segreto, a promettere il mondo e la fede di continuare a esistere insieme. Ci invita a far finta che non si possa giungere al termine di questo amore infinito e spaziale. La nostra cosmica placida concentrazione. Il tuo volto rotondo come il sole. Le tue guance piene di lune. Quell’orgoglio di donna indomabile. Poi invece una piega sul labbro che preannuncia la resa del cuore. Accarezzo un tuo piede annerito dai bagni d’estate e rispondo “Lo dica, lo dica pure al mio amore”. Lo dica, lo dica pure al mio amore. Accarezzo la caviglia e il braccialetto comprato su lacrime d’Africa. Solo nel deserto, solo il suo volto, solo il mare aperto. Ma tu adesso piangi in silenzio, piangi tanto da concimare le ore… Al limitare della bocca raccolgo via le tue lacrime in recipienti di piccoli baci. Da quella più dolce distillo una nuova insperata confessione: anche il mio amore mi ama, ma non lo sa dire.

sssssssssssss

Tutto quello che ci siamo lasciati è un lunghissimo inverno senza Dicembre. Dicono che non possa crescere un fiore sotto la neve, e questo ghiaccio si estende a perdita d’occhio sul futuro e sul passato più recente. Ci siamo scaraventati nel deserto bianco, nella grande luce evanescente del Nord, dove il sole prende in giro i mortali, restandosene seduto sull’orizzonte, per poi tornare a dormire. Dicono che il gambo di una margherita non possa rompere una lastra di ghiaccio. Dicono che io e te non ci parliamo più, ma ci parliamo sempre. Solo che loro non lo sanno. Tu sei il campo di fiori che l’inverno ha congelato, le tracce di vita passata rimaste sepolte sotto al ghiaccio trasparente. Livide e visibili.
Ti ho baciata per la prima volta d’inverno, guarda caso, in un posto magico in cui il freddo non riusciva a entrare. “Lo hai notato? Qui non fa mai freddo”. Come se non fosse mai stato inverno. Come se un fiore di campo spuntasse dal ghiaccio.


Scatti_ Chiara
Parole_ Michael

Ti sento ogni notte. Lo sai perché? Certo che non lo sai. Ti sento nel suono del grillo lontano, che si avvicina alla riva del lago. Poi ti nascondi nel fruscìo delle foglie di quell’albero che mio nonno ha tagliato quando avevo tre anni. È nelle sue foglie che si muovono al vento che si nasconde il rumore della tua mano fra i capelli. Sei nello strofinìo della carne sulle lenzuola, in quei momenti di attesa fra la veglia e il sonno. Quando la spia rimasta accesa del computer o del televisore ti lascia la penombra perfetta per pensare. A volte sei nell’acqua del lavello rimasta aperta per sbaglio. Goccia a goccia. Altre volte sei nel rumore legnoso del cane che si sistema nella cuccia e che brontola, cambiando posizione, come un vecchio scorbutico. Molto spesso ti sento nelle porte delle altre case che si chiudono, o nelle tapparelle che si abbassano, o ancora nel borbottio lento della vecchia automobile del vicino che rientra a casa a tarda notte. Lui apre il garage e si addentra nella penombra umida della sua abitazione. Ma è bello tornare a casa. È sempre una promessa, non credi? Poi all’improvviso mi volto, perché in un lampo sei finita dentro il suono di un foglio di carta appeso in bacheca e scosso dall’azione costante del ventilatore. A volte suona il telefono, il trillo breve di un SMS. Ma lì no, non ci sei proprio mai. Ci sono notti in cui ti sento nei cassonetti che si svuotano dentro i camion dei rifiuti, nei brandelli di vita superflua che si portano via. Non è un’immagine romantica, non è poesia, ma anche questa è una certezza. Qualche persona paziente passerà la propria notte a ripulire i nostri scarti. Grazie. È così da sempre. Se fossi appena nato potrei pensare che è così da quando esiste il vento. La tapparella chiusa si scuote ogni tanto e fa un leggero scricchiolio. Eccoti qui. Ancora. Sei una carta sul tavolo che si scopre e mostra una figura vincente. Sei l’odore di zucchero caramellato che resta sulle dita dalla cena di qualche ora fa. Sei il rumore meccanico del mio iPod quando cambia canzone. Ma soprattutto sei nel mare, nelle onde del mare che si infrangono qui fuori, proprio sotto il mio balcone. Nella spuma che inonda il giardino, nell’acqua che batte sulle inferriate. Il fruscio dei lenzuoli diventa quasi sabbia sfiorata dai piedi arrossati di luglio. E allora sei anche farfalla che mi si posa sul naso. Blu come la notte del Nord. Sfuggente come un pensiero d’estate. Ma aspetta: ora trattengo il respiro e mi metto a dormire. Tanto fuori c’è il mare. Tanto fuori c’è il mare.

Lettera dal passato // 19 novembre 2015

E io che mi trovo ancora in riva al mare a cercare di capire come arrestare le maree. E io che sono rimasto da solo in città, ché mi fanno compagnia solo i rifiuti abbandonati negli angoli, le bottiglie di vetro per strada, le cartacce e le cicche. Devo essermi ubriacato una volta di troppo, essermi perso l’annuncio dell’evacuazione. Mi sono risvegliato in riva al mare, con la solita puzza di cuore avariato sul colletto. Forse ho seppellito anche una manciata di cadaveri, o si sono seppelliti da soli per lasciarmi finalmente in pace. I tuoi occhi sono ormai così lontani da essere diventati di carta, due piccoli pezzi di carta minacciati dalle onde.
Luglio si fa avanti. Luglio ci soffia contro. E continuo a pensare che non ci hanno mai insegnato ad arginare le maree.

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