Tutto quello che ci siamo lasciati è un lunghissimo inverno

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Tutto quello che ci siamo lasciati è un lunghissimo inverno senza Dicembre. Dicono che non possa crescere un fiore sotto la neve, e questo ghiaccio si estende a perdita d’occhio sul futuro e sul passato più recente. Ci siamo scaraventati nel deserto bianco, nella grande luce evanescente del Nord, dove il sole prende in giro i mortali, restandosene seduto sull’orizzonte, per poi tornare a dormire. Dicono che il gambo di una margherita non possa rompere una lastra di ghiaccio. Dicono che io e te non ci parliamo più, ma ci parliamo sempre. Solo che loro non lo sanno. Tu sei il campo di fiori che l’inverno ha congelato, le tracce di vita passata rimaste sepolte sotto al ghiaccio trasparente. Livide e visibili.
Ti ho baciata per la prima volta d’inverno, guarda caso, in un posto magico in cui il freddo non riusciva a entrare. “Lo hai notato? Qui non fa mai freddo”. Come se non fosse mai stato inverno. Come se un fiore di campo spuntasse dal ghiaccio.


Scatti_ Chiara
Parole_ Michael

Farfalla (Tanto fuori c’è il mare)

Ti sento ogni notte. Lo sai perché? Certo che non lo sai. Ti sento nel suono del grillo lontano, che si avvicina alla riva del lago. Poi ti nascondi nel fruscìo delle foglie di quell’albero che mio nonno ha tagliato quando avevo tre anni. È nelle sue foglie che si muovono al vento che si nasconde il rumore della tua mano fra i capelli. Sei nello strofinìo della carne sulle lenzuola, in quei momenti di attesa fra la veglia e il sonno. Quando la spia rimasta accesa del computer o del televisore ti lascia la penombra perfetta per pensare. A volte sei nell’acqua del lavello rimasta aperta per sbaglio. Goccia a goccia. Altre volte sei nel rumore legnoso del cane che si sistema nella cuccia e che brontola, cambiando posizione, come un vecchio scorbutico. Molto spesso ti sento nelle porte delle altre case che si chiudono, o nelle tapparelle che si abbassano, o ancora nel borbottio lento della vecchia automobile del vicino che rientra a casa a tarda notte. Lui apre il garage e si addentra nella penombra umida della sua abitazione. Ma è bello tornare a casa. È sempre una promessa, non credi? Poi all’improvviso mi volto, perché in un lampo sei finita dentro il suono di un foglio di carta appeso in bacheca e scosso dall’azione costante del ventilatore. A volte suona il telefono, il trillo breve di un SMS. Ma lì no, non ci sei proprio mai. Ci sono notti in cui ti sento nei cassonetti che si svuotano dentro i camion dei rifiuti, nei brandelli di vita superflua che si portano via. Non è un’immagine romantica, non è poesia, ma anche questa è una certezza. Qualche persona paziente passerà la propria notte a ripulire i nostri scarti. Grazie. È così da sempre. Se fossi appena nato potrei pensare che è così da quando esiste il vento. La tapparella chiusa si scuote ogni tanto e fa un leggero scricchiolio. Eccoti qui. Ancora. Sei una carta sul tavolo che si scopre e mostra una figura vincente. Sei l’odore di zucchero caramellato che resta sulle dita dalla cena di qualche ora fa. Sei il rumore meccanico del mio iPod quando cambia canzone. Ma soprattutto sei nel mare, nelle onde del mare che si infrangono qui fuori, proprio sotto il mio balcone. Nella spuma che inonda il giardino, nell’acqua che batte sulle inferriate. Il fruscio dei lenzuoli diventa quasi sabbia sfiorata dai piedi arrossati di luglio. E allora sei anche farfalla che mi si posa sul naso. Blu come la notte del Nord. Sfuggente come un pensiero d’estate. Ma aspetta: ora trattengo il respiro e mi metto a dormire. Tanto fuori c’è il mare. Tanto fuori c’è il mare.

Non ci hanno mai insegnato ad arginare le maree

Lettera dal passato // 19 novembre 2015

E io che mi trovo ancora in riva al mare a cercare di capire come arrestare le maree. E io che sono rimasto da solo in città, ché mi fanno compagnia solo i rifiuti abbandonati negli angoli, le bottiglie di vetro per strada, le cartacce e le cicche. Devo essermi ubriacato una volta di troppo, essermi perso l’annuncio dell’evacuazione. Mi sono risvegliato in riva al mare, con la solita puzza di cuore avariato sul colletto. Forse ho seppellito anche una manciata di cadaveri, o si sono seppelliti da soli per lasciarmi finalmente in pace. I tuoi occhi sono ormai così lontani da essere diventati di carta, due piccoli pezzi di carta minacciati dalle onde.
Luglio si fa avanti. Luglio ci soffia contro. E continuo a pensare che non ci hanno mai insegnato ad arginare le maree.

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Cic e ciac

Penso spesso a come dirti addio. Ci penso da sempre, da quando conosco la mia strada, da quando so che ripartirò e che non sarà per pochi mesi.

Mi costruisco un’immagine di quel momento: io e te davanti a una torta al cioccolato, o una tisana, cose talmente semplici che sanno d’amore quotidiano. Un amore di gesti, di sorrisi, di mani che si sporcano e che, impacciate, sporcano anche il tavolo di legno della pasticceria. Zucchero a velo e macchie di crema di nocciole. Si direbbero cose da vecchi pensionati. Il tè delle cinque e la passeggiata fino a casa.

Quel portone che non ho mai varcato. Somiglia quasi a noi e al mio posto nel tuo cuore. Una soglia che non ho mai superato. La lingua che non ho mai parlato. Non so in che lingua dirti addio, non so che parole usare, o quali gesti. Non so proprio come dirti addio.

Vorrei che piovesse per poterti proteggere i capelli dalle gocce invadenti di quest’estate impazzita. Forse allora mi inviteresti oltre la soglia, o mi baceresti di nuovo, per mescolare la nostra umidità con quella dell’ambiente.

I miei passi bagnati e umidi sul viale che ti conduce a casa. Cic e ciac. Cic e ciac. Cic e ciac, fino alla macchina dove ormai da troppo tempo non trovo ciocche intrappolate fra il sedile e la cintura. Cic e ciac, cic e ciac. Tanto non vuole smettere di piovere. E chissà che gran frastuono, che meraviglioso temporale quando la porta sarà chiusa, quando sarà davvero addio senza che però te l’abbia detto. Che ancora, lo ripeto, io non lo so dire. Ci penso spesso, ma non lo so fare. Non lo so fare questo addio. Non lo so scrivere. E non lo so volere. Ah, che temporale arrogante.

Cic e ciac, con i miei passi appiccicosi mi allontano, verso quella schiena che accarezzo spesso. Quella pelle bianca che mi tiene compagnia, che mi solleva dal peso dei tuoni e dei lampi che nessuno vede. Quanti altri baci le darò prima di andare, quante carezze stanche, mentre la notte mi protegge. E pensare, quando le carezze si fanno troppo corrosive, quando mi trapassano la pelle, pensare sempre a te. Ripetermi la tua figura nella mente come una preghiera. E pensare a te, a tutto quello che non abbiamo avuto e non avremo. Come un bacio al di là del portone, un amore sicuro di volersi amare.
O questo addio che non si scrive.

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Tanto m’era dolce

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In spring of youth it was my lot
To haunt of the wide world a spot
The which I could not love the less–
So lovely was the loneliness
Of a wild lake, with black rock bound,
And the tall pines that towered around. But when the Night had thrown her pall
Upon that spot, as upon all,
And the mystic wind went by
Murmuring in melody–
Then–ah then I would awake
To the terror of the lone lake. Yet that terror was not fright,
But a tremulous delight–
A feeling not the jewelled mine
Could teach or bribe me to define–
Nor Love–although the Love were thine. Death was in that poisonous wave,
And in its gulf a fitting grave
For him who thence could solace bring
To his lone imagining–
Whose solitary soul could make
An Eden of that dim lake.

Edgar Allan Poe

Tanto m’era dolce la solitudine, prima che lei arrivasse. Un albero viene scosso dal vento dopo anni di immobile attesa. La vita che si era nascosta come una scimmia colpevole sopra i rami più alti viene gettata ai miei piedi e mi si aggrappa alle gambe, costringendomi a cadere e a trascinare i miei passi. A volte, ritorni. A volte, un pomeriggio su un lago, e allora no, non ritorni più. Ma con o senza di te, scalcia la paura di sentire, o non sentire, o di lasciarsi andare. Tanto m’era dolce la solitudine, prima che i miei occhi incrociassero i suoi. Il sicuro riparo di un apatico rincorrersi di giorni. Colori sì, però sbiaditi, come sulla stoffa vecchia, o rovinata dai troppi lavaggi. Volevo svegliarmi. Eppure non lo volevo. Qualunque sia il senso di questo vento che ora mi scuote, mi percorre le ossa e per la prima volta da anni riesce a farmi sentire vivo – vulnerabile, scoperto, ma vivo – mi chiedo chi saprà guardare dentro a questo abisso e dire “ti prendo”. Mi chiedo se saprò guardare dentro un altro abisso e dire “ti prendo”.
Tanto m’era dolce la solitudine, che non volevo rischiare di vivere.

Un’automobile che torna dal mare

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Anche stavolta sono ricaduto dentro la tua macchina. Dio Santo, è il ricordo più banale che si possa immaginare, eppure torna sempre. Come mai? Come mai, mi chiedo, certi momenti apparentemente inutili diventano stalattiti nella caverna umida della nostra memoria, illuminata solo dalla luce eterna di qualche candela? Sei seduta alla mia destra e io ho un enorme libro in mano dalla copertina bianca e la pagine già indurite ed ingiallite di salsedine. Sto zitto. Sento il rumore dell’auto che va. Guardo la sabbia che riempie di fumo noi e le barriere di cemento che ci stanno intorno. C’è l’odore che si sentiva di solito, la spalla destra che mi brucia un po’, il rumore lontano di un videogioco. Ho un taccuino nello zaino, una penna d’argento che mi ha regalato mio nonno per firmare i miei libri. “Per firmare i tuoi libri”, diceva. Ma io l’ho prosciugata in pensieri sconnessi prima che avessi anche solo una copia da firmare. Saresti contento di me? Me lo chiedo spesso. Saresti contento? Io non lo so se ti ho mai perdonato, ma questa è tutta un’altra storia. Forse è me stesso che non ho mai perdonato. Questo ricordo, comunque, non c’entra niente col mio senso di colpa. Si tratta di me dentro quell’auto di ritorno dal mare.Leggo, leggo senza preoccuparmi di controllare che tu sia seduta alla mia destra. So che ci sei, ti sento, sei pesante come non penseresti mai di poter essere. Leggo e mi immergo in una storia e come per ogni storia cerco qualche traccia di me. Forse mi sorridi, ogni tanto. Siamo convinti che questa sarà la vita per sempre. Un’auto al tramonto che ritorna dal mare. Alzo per un secondo gli occhi e mi soffermo sui volti di chi è seduto lì con noi. “Non dimenticherò mai questo momento, questo semplicissimo, perfetto momento”, mi dico.
E non l’ho più dimenticato.