Prima di approdare sulla tua isola e camminare felice nel sole, hai navigato a lungo nel mio stesso mare in tempesta. Lontana, vicina ad altre coste, preda di altre tormente, eppure nello stesso identico mare. A volte remiamo in avanti pieni di speranze, pur lasciando che un occhio guardi indietro. Lo facciamo perché il temporale più brutto e logorante è l’apatia. Piuttosto che rassegnarci a essere soli e non sentire niente ci lasciamo stuzzicare da un anelito di malinconia, da un’illusione ripetuta. Ma questo non vuol dire nulla. I remi continuano a marciare spediti verso la terra promessa, il capitano solitario di questo veliero ammaccato continua a maledire le nuvole nere che inondano il cielo, senza voltarsi indietro. Finché non sarà luce, finché non sarà mattina, finché non saranno lacrime di felicità a rigare i nostri volti: Terra nova da baciare e coltivare, di cui assaporare i frutti pienamente.
Non essere severa con chi ancora è perso in quel mare senza stelle in cui tu stessa hai abitato tanto a lungo e di cui hai scritto con la stessa violenta e nostalgica amarezza. Non essere così dura con chi ancora è costretto a collezionare buchi nell’acqua. Pensami un po’, semmai. Soprattutto nei giorni più luminosi. Regala un briciolo di amore al vento che possa portarlo da me, così che possa sperare di trovare anch’io il mio tesoro, sepolto sotto qualche riva del mondo. Non arrabbiarti con i sogni e nemmeno col passato. Che qualcosa di vero invece c’è stato, per fortuna. E te ne sono grato.

“Was it really how you sing it, dear?
I remember worse than blood and tears.
And did you love me like the way you wrote?”
“I’m afraid so”.

Sarà banale pensare a Parigi e ai rumori della città uniti alla pioggia fine fuori dalla tua palazzina. Sarà banale ripensare a quel gatto accovacciato sul tetto, come nel più classico stereotipo parigino. Sarà insensato ricordare il canale e la passeggiata a piedi fino al tuo cafè preferito, la signora invadente che ti aveva riempito di domande e che avevi guardato con un certo timore. Sarà assurdo ricordare il brivido che mi dava salire sul metrò, dopo che per anni Parigi era stata soltanto l’eco televisivo dell’ennesima strage. E, a quel punto, subito dopo quel brivido, stringermi a te come se potessi proteggermi dal male. Proprio assurdo, non trovi? Sarà ridicolo mettermi a ricordare quell’interminabile passeggiata non appena venne fuori il sole, prima di andare a fare la spesa, prima di concederti di comprare il pane – perché io sono francese, e me ne intendo di pane! Evidentemente, sì. Come ti intendi di me. O almeno dell’immagine di me, di ciò che hai potuto vedere, che ti ho permesso di scrutare, sempre un po’ difeso, sempre un po’ protetto da me stesso. Sarà banale ricordare la musica, i tuoi fianchi, la mia bocca sulla tua pelle bianca. Sarà inutile farsi travolgere da un po’ di musica jazz alla radio, un sabato mattina, per iniziare a raccogliere pezzi di ricordi improvvisamente emersi e piantati sulla bocca dello stomaco insieme alla colazione. Sarà insensato ritornare a quella sera, abbracciati davanti a Notre-Dame al tramonto, le dita affusolate di una vecchia signora ingobbita che volavano sui tasti di un pianoforte a Shakespeare & Co., la Senna con il suo austero procedere e riflettersi di voci, colori e speranze. Strizza l’occhio agli amanti, la Senna, quasi senza farsi vedere. Gli innamorati che si riabbracciano a République prima di annusarsi ancora, scoprirsi dopo mesi di intollerabile distanza, presentarsi come ci si incontrasse per la prima volta. Poi odiare l’aeroporto come si odia la morte. E tornare lontani. Decidere che Reykjavík non basta più, che forse non è mai bastata. Essere troppo codardi per cambiare tutto e volare via, lontano. Tornare fra i bar, i tavolini all’aperto, il rumore stridente dei freni del metrò, gatti accovacciati sui tetti e prostitute asiatiche sulla via di casa; l’unica pizza napoletana a Parigi che valga questo nome. Moulin Rouge, e per un attimo quasi dimenticare tutto quello che significava prima di incontrare te. Sarà sbagliato ritornare nella tua chiesa preferita per sentire il fresco umido di una mattina felice? Le mani di due che si vorrebbero incollare, come la lettera al francobollo, i fascicoli alla copertina, i tasti alle corde, la vita alla vita, ai momenti semplici rievocati da uno stupido motivetto jazz. Forse sarà stupido pensarti stamattina, e nascondersi sotto al cappuccio per non mostrare ai passanti il silenzioso dolore di chi ha smesso di amare. Sarà inutile, allora, anche ricordare Parigi, i giochi e le ore. Sarà banale. E che lo sia pure.

Ora che tutto sembra finalmente facile, ora che il sole splende a mezzogiorno, mi vedo ancora certe volte seduto al tavolo di un bar, nel centro storico di una città del nord Italia. Quei maledetti uccelli che ci svolazzano intorno. Credo di avere davanti uno Spritz. Tu lo sai che mi fa schifo, però rende l’idea. Anche se ci sono le nuvole, indosso i miei ultimi occhiali da sole, costati troppo e troppo presto rotti per qualche ragione – probabilmente schiacciati da un volume titanico di linguistica storica. Potrebbe persino cominciare a piovere. Ho una camicia ben stirata a quadretti bianchi e blu e un orologio, naturalmente nero. Della lacca nei capelli per somigliare almeno un po’ a uno degli attori che ammiri alla TV e che non si capisce come facciano a non spettinarsi mai, nemmeno quando l’autrice decide di coinvolgerli in disastri aerei o attentati terroristici. Avrò qualche goccia di quell’unico profumo che indosso dal 2006 e di cui possiedo l’ultima bottiglia in circolazione, ancora mezza piena. La raccolgo dalla mensola solo per le occasioni speciali. E sulla serietà di questo aperitivo che va avanti in eterno dentro ai miei pensieri non c’è da dubitare. Si sente un suono di campane in sottofondo, di tanto in tanto. E il rumore di sorsi, e il rumore di risa. Il suono delle biciclette e delle borse della spesa. E il brusio di sorrisi attesi, accompagnati dalla melodia di un vento di primavera. Colpi di tosse, qualche discussione. Un “grazie”, un “per favore”. Fra un “grazie” e un “per favore”, un “ti amo” pronunciato all’orecchio di qualcuno in una lingua che non è la mia. Avrei dovuto indossare una cravatta? Non indosso mai la cravatta. Ma, se è per questo, nemmeno l’orologio. E non bevo nemmeno lo Spritz. E detesto la lacca. E detesto il tuo silenzio aggrovigliato, così come la finzione di un momento soltanto immaginato. Una forchetta e un coltello che stridono sul piatto. Pelle d’oca per quello che non sto dicendo, perché non sto coprendo l’orchestra della vita con tutte le parole pensate e pesate nel tempo, che adesso avrei finalmente l’occasione di dire.
Ti avevo promesso che non sarei tornato, che non avrei più scritto nulla, e in effetti non lo sto facendo. Non lo faccio da una vita. È che a volte i sogni ci si mettono, sai, e anche se ora è finalmente tutto facile, persino finire dentro al letto della prima sconosciuta, io continuo a sognare. E quando mi sveglio mi prende una cosa qui, proprio alla bocca dello stomaco. E mi accorgo che la visione che ho di te, dentro questo sogno, seduta davanti a me sotto al sole di San Marco, dolce e silenziosa nella quiete funebre di una decisione già segretamente presa, mentre rispondi a un signore inglese dal buffo cappello che “No, we’re not on honeymoon. Not yet.”; ecco, mi rendo conto in questa visione tu non c’entri proprio niente. E mi verrebbe quasi da chiederti scusa per aver permesso al mio cervello di usare la tua faccia, l’associazione al tuo ricordo, per comunicarmi tutt’altro. Scusa, per averti di nuovo coinvolto in qualcosa che davvero non ti riguarda. È che il cuore non è un soldatino, come dice Vecchioni, piuttosto un pescatore solitario. Un piccolo uomo che a volte si ritrova prematuramente vecchio e rannicchiato, livido, a lanciar l’amo nel lago dei baci spezzati per pescare l’immagine antica dell’ultimo momento in cui si è sentito davvero felice. È quel piccolo signore sulla riva, a piedi nudi nell’acqua sporca di San Marco, che non sa che altra immagine proporre alle mie notti per combattere la solitudine, se non quella dell’ultima fotografia di gioia sconfinata. Ecco cos’è, questa cosa. Te lo posso dire. È più che altro solitudine. È il mio cuore che dice “Dammi da mangiare”. “Ho fame”. Ha fame, ma io non ho cibo da offrire, e nel frattempo si nutre di lunghissime ombre, tanto stiracchiate e surreali… Completamente distorte nel tempo e nello spazio. Figure anacronistiche che non racchiudono nemmeno più l’idea di quello che erano in principio. Un po’ come gli orologi di Dalì. Quegli orologi che non sanno più da che parte è andato il tempo. Memorie disciolte nella notte, quando la realtà può permettersi di diventare malinconico miraggio. Quando si scambia una preoccupazione per un vecchio amore, un cuore stanco per un pescatore.

A volte ce ne andiamo senza accorgercene, da noi stessi e dalle vite degli altri. Un granello alla volta, riempiamo la clessidra delle nostre distanze e delle reciproche incomprensioni. Ci allontaniamo di un millimetro, mandiamo giù il rospo che rimane per lungo tempo indigesto, seppelliamo l’ascia di guerra con la consapevolezza di poterla dissotterrare in qualunque momento. Ci nutriamo di tregue momentanee e di calma apparente. Firmiamo armistizi con i nostri demoni e che con le colpe, con tutto quello che non ci perdoniamo mai. Firmiamo trattati di pace con persone che ci perderanno, solo per crogiolarci nella quiete del silenzio e di una lenta deriva. Ci ripromettiamo di parlare, ci diamo garanzie e facciamo croci sui nostri calendari immaginari. Ci assicuriamo che la prossima volta affronteremo tutto con più coraggio, mentre, nel frattempo, un granello alla volta, la clessidra si riempie e si accumula finché non cresce insormontabile la polvere della distanza. Strato bianco che avvolge le cose, che mangiucchia gli spigoli del nostro mobilio, che soffoca noi e le nostre grandi speranze, soffiando sugli occhi e sulle mani che si tenevano, subito prima di separarsi. Per un bisticcio, uno screzio, un istante di paura. Una macchia di paura che dilaga. Non ho mai avuto interesse nel dare colore alle emozioni, un esercizio che non mi è mai piaciuto, ma da quando ho iniziato a riflettere sulla portata della paura nella nostra vita, ho cominciato a pensare che debba essere nera e lucida. Una macchia nera e lucida, di lattice tossico disciolto da una fiamma verde invidia. La paura è polvere. E distanza. È odio e vanità. La paura è il terremoto che distrugge la casa e abbatte Adamo. La radice primitiva del male. È la mano che si lascia e il cuore che si prende in giro: “È solo per un momento, solo per avere un po’ di pace”. Ma poi ce ne andiamo senza accorgercene. Dalla vite degli altri e da noi stessi. Diventiamo una macchia grigia, ancorata a terra da una sostanza viscosa, nera e lucida. Inchiodata, testardamente. Inchiodata come Cristo in croce. Anzi, no, come il ladrone. Sì, come il ladrone. Un osceno furfante che si ruba la felicità, aspettando di essere salvato.

Nella quiete di un oliveto la lieve contemplazione della luna, la pietra fredda della cascina poco lontana. Gambe nude e gonfie e occhi stanchissimi. Mio cugino sull’uscio che intona un canto per persuadere due nuvole a non assediare il cielo. Struggente e tribale, una visione raccolta in un secchio fra lacrime d’Africa. Solo il suo volto nelle pieghe del deserto. Solo, in mezzo al mio cuore, il mare aperto. Un filo d’erba a penzolare dalle labbra semichiuse. Il fiume che invita a restare. Inizia a rinfrescare, ma non abbastanza da far muovere un muscolo. Sui volti di tutti veleggia un pensiero di morte. Un brivido anticipato che ci dirotta a triste conclusione. Io e te in un angolo, i ginocchi travolti da chiazze di verde e sparso fogliame. Una coccola dietro le orecchie. Una coccola cui segue una coccola, cui segue una coccola, che mi sbriciola amore sul collo, mentre mi morde con denti affilati e serrata mandibola il desiderio di te.
Ma a un tratto una donna dietro al volto della donna che amo ci costringe a lasciare il giaciglio, a infrangere lo specchio della nostra indifferenza mimetica. Un’anziana signora con gli occhi che brillano facendo da specchio alle stelle ci informa che le ricordiamo il suo giovane amore. Eccola, allora, che ci invita ad osare, a bere dalla coppa più vino, a consumare con foga la carne che tanto comunque verrà consumata, a leccare il sudore dei nostri corpi contratti, a promettere il cielo di un futuro ancora segreto, a promettere il mondo e la fede di continuare a esistere insieme. Ci invita a far finta che non si possa giungere al termine di questo amore infinito e spaziale. La nostra cosmica placida concentrazione. Il tuo volto rotondo come il sole. Le tue guance piene di lune. Quell’orgoglio di donna indomabile. Poi invece una piega sul labbro che preannuncia la resa del cuore. Accarezzo un tuo piede annerito dai bagni d’estate e rispondo “Lo dica, lo dica pure al mio amore”. Lo dica, lo dica pure al mio amore. Accarezzo la caviglia e il braccialetto comprato su lacrime d’Africa. Solo nel deserto, solo il suo volto, solo il mare aperto. Ma tu adesso piangi in silenzio, piangi tanto da concimare le ore… Al limitare della bocca raccolgo via le tue lacrime in recipienti di piccoli baci. Da quella più dolce distillo una nuova insperata confessione: anche il mio amore mi ama, ma non lo sa dire.

Cosa resta di un inverno su una costa malinconica nel Nord? C’è la carcassa svuotata di un gabbiano sulla spiaggia, talmente vuota da sembrare un acchiappasogni, adesso. Ci sono solo piume e reticoli, reticoli di cartilagine e piumaggio bianco in disordine. Che cosa resta del cielo preso a pugni dalla notte? Un sole che riemerge dall’ennesima sconfitta. Il sole sa quanto sia importante, la sconfitta. Non vivrebbe senza, non sarebbe, senza. Senza l’assenza del sole per metà del mondo non esisterebbe luce a illuminare i prati, a dare robustezza agli steli e coraggio ai fiori per schiudersi. Il sole ci prende in giro, vedendoci cadere, vedendoci soffrire e leccarci le ferite. Prende in giro quel gabbiano un po’ triste che si avvicina alla morte, inconsapevole del fatto di poter tornare. La vita come ciclo ed eterno ritorno: l’intuizione tiepida di questo marzo bislacco e brontolone. E se non dovessi rinascere, amico gabbiano, sappi che sarai pur sempre qui, su questa sabbia nera che risalta le tue bianchissime piume, reticoli e piume. Sei l’acchiappasogni di un bambino che ti osserva curioso, fra il lancio di un sasso e un altro. Sei l’amuleto che è finito su questa pagina di carta riciclata e inchiostro nero, che mi fa pensare al sole. Ti sei invischiato nei pensieri di un uomo che cammina. Non sarai mai nemmeno in grado di capire, perché, anche se parlassi, probabilmente garriresti solo in islandese. Come se importasse cosa ci diciamo noi, sotto questo sole. Sai, era da molto che non vedevo tanti giorni di sole, attaccati l’uno all’altro, quasi sfacciati dopo le tormente delle scorse settimane. Quasi a dire: o tutto, o niente. O tutto, o niente, sei d’accordo?
Quale sogno mi hai rubato, carcassa di gabbiano? Quello lì, nell’angolo, nascosto? Proprio quello lì, in cui grido: o tutto, o niente, o adesso, o basta? Quello in cui non ho pazienza, né contegno? Quello in cui piango? Quello in cui ritorno? Perché invece di rubarmi i sogni non mi rubi un incubo? Ne avrei tanti da gettarti sulla sabbia. Che posso pretendere, però, da te, gabbiano? Hai già avuto i tuoi personali grattacapi. Non hai nemmeno più una forma che somigli a te. Chissà, forse una volpe si è fermata e ti ha svuotato. Forse sei un acchiappasogni un po’ speciale, e ti prendi solo quelli belli, quelli che ti diano un po’ di pace.
Ora, caro gabbiano, ti devo superare. Questa spiaggia nera, questa luce e questo mare, mi bisbigliano il mio nome. Mi ricordano chi sono e su quale sentiero conduco i miei passi. Mi ricordano quei due o tre sogni che inseguo e che – questi no! – non ti posso proprio dare.