La fine de Le Luci della Centrale Elettrica. Che forse è il segno che nonostante tutto certo dolore adolescenziale (o tardo-adolescenziale, o forse semplicemente generazionale) prima o poi guarisce. La fine de Le Luci.

E le nostre guerre. E il nostro linguaggio dei segni. E le nostre poesie sputate nelle fogne dopo una notte fuori a bere. Una raccolta di canzoni che sono perle che sono pietre. Le stelle che si sciolgono sulla Via Lattea per diventare lacrime di aurora su questa maledettissima città, così lontana dalla Via Emilia.

E certe notti che, senza vergogna, bisogna lasciarle piangere per farsele passare. Solo lasciarle piangere, prima di farsi liberare.

Ci vediamo a dicembre.

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Ci sono stati giorni, vita mia
Che tutto aveva un nome
E di quel nome qualche voce
Si prendeva libertà
E giorni così bianchi di parole accese
Da non poterti dire come
Tu trovameli adesso, vita mia, trovali
Portameli qua
E giorni così bianchi di finestre accese
E di parole nuove
Tu cercali, vita mia, cercali
Portameli qua
E ci sono stati giorni, vita mia
Che anche il giorno aveva un nome
E in quel nome qualche mano
Si prendeva libertà
E giorni così lunghi e accesi
Da non saperti dire come
Tu trovameli adesso, vita mia, trovali
Portameli qua
E giorni così lunghi e accesi
Di parole nuove
Tu cercali, vita mia, cercali adesso
Portameli qua
Diciottomila giorni, Gianmaria Testa

Ma settembre si nasconde sotto una foglia secca. Settembre lo sapeva che sarebbe stato un lampo. Vorrei parlare più chiaramente. Vorrei che tu vedessi la certezza che non vedi. La sicurezza delle mie mani. Non posso più aspettare un nuovo sogno ad occhi aperti: ora devo ripartire. La valigia più vuota di quando sono atterrato e il cuore un po’ più masticato. Non chiedere a un falco come sa volare. Non chiedergli come funzionano le ali, i principi meccanici che lo portano a solcare il cielo. Seguilo e basta nel suo lungo volo. Quando ti ricorderai delle partite a scacchi per avere l’ultima parola e abbraccerai la sera mentre passeggi costeggiando la banchina del fiume antico della tua città, ti mancherà anche quel piccolo bisticcio che hai tenuto a lungo appeso al labbro. Non ti ho mai chiesto chi sei, perché l’ho sempre saputo. Sei la brina sui fiori del mattino e l’occhio del regista che si sofferma sulle nocche tese di una donna seduta sul treno. Sei questo violino che mi si stiracchia dentro le orecchie mentre vado via, corde vecchie di centinaia di anni che vibrano a evocare la rovina e la vita. La vita prima della rovina, e quella successiva. Morte e rinascita di un lupo senza più un canino per ferire. So chi sei e cosa mi hai fatto. Eppure non riesco a respingerti. Sdentato ed esausto, trovo ristoro nelle piccole Americhe di ogni giorno. Un pensiero che prima non avevo pensato, un volto che non avevo guardato, l’angolo della mia via a cui non avevo mai fatto caso. Il paesaggio di sempre che si staglia e schizza via al di fuori di questo treno, che si rigenera dentro ai miei occhi nuovi. Vorrei costarti meno. Vorrei che tu mi fossi costata di meno. Ma il prezzo più caro per noi è dover fingere di non aver pagato nulla.

Ho cercato di spiegare alla piccola Gloria che le estati infinite di un tempo non esistono più. Avevamo previsto, avevamo scritto su un quaderno circa tredici anni fa che sarebbero arrivati i giorni grigi e che ci avrebbero inghiottito. Avevamo anche promesso di lottare e che alla fine avremmo vinto. Ma nessuno vince mai, non contro la malattia del tempo e certamente non contro la morte, che è la stessa cosa. Ho abbracciato la piccola Gloria nonostante la sua ossessiva richiesta di attenzione. Ho cercato di stringere lei e tutte le sue illusioni, tutte in una volta, come fossero fiori dai lunghi steli da cingere in un mazzo profumato. Gloria non sa che sono già tutti appassiti.

L’ho abbandonata alla stazione di Bologna. L’ho abbandonata un’altra volta. Poi ho capito che c’eri tu, dietro di me, davanti, di fianco. Insomma, da qualche parte vicino a me, mentre scendevo le scale. Ho capito che forse ci sfioreremo sempre appena, senza mai toccarci. Forse ci passeremo sempre al fianco, fingendo di non esserci. Io non sono qui. Tu nemmeno. Non siamo che un riflesso sull’occhiale da sole, una tazzina di caffè abbandonata sul banco e raffreddatasi nell’attesa di una bocca da baciare.

L’ultima cosa che ho capito è che forse dovrei sfruttare questo romanticissimo sfuggirsi a mio favore. Forse, per sublimarti del tutto e lasciarti andare senza più la minima incertezza, dovrei scrivere un romanzo su di noi. O meglio, un romanzo in cui inventare tutto ciò che non abbiamo avuto. La storia di due persone che si toccano, alla fine. Magari proprio sul ciglio dell’ultima riga, nell’ultima frase, sul fondo dell’ultima pagina, un millimetro prima della cifra, un soffio di fiato dietro l’Appendice. Gli sguardi più attenti e più veloci del fischio di un treno. Le anime libere. Due tazze di caffè poggiate sul bancone e già svuotate, macchiate della stessa sfumatura diluita di rossetto.

Cosa vuoi che sia
L’ennesimo addio
L’ennesimo amore fallito
il più recente
“Vorrei,
Ma non posso”.

Cosa vuoi che sia
Quell’ingenuo capriccio
Che l’ha portata via
La sua giovane fretta
Di decifrare in un lampo
l’alfabeto del cuore
Prima di poter dire
“A domani”, o
“Buonanotte”

Cosa vuoi che sia
Questo dolore
Rispetto alla mia vita
Intera.
Questo bruciore allo stomaco
Per uno che è morto
E già rinato
Tante volte quante
Sono concesse a un cuore

Sette vite – dicono
Siano donate ai felini
Ma ben più forte è questo muscolo
Che ancora vive

A ogni nuova rinascita più forte
Tanto più forte
da non sentire niente.

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Sleale è insistere su chi sono io.
Il punto di partenza è scontato
l’arrivo è certo nello stato
attuale: morte come sostanza
o strato finale di un cuore malato.
Oh, vorrei rinascere, ritornare indietro
ma non posso. Troppo ho peccato
di peccati non miei, attribuiti
a posteri, mancati inganni.
Cerco amori nuovi, violente sere.
Perdono chiedo a chi non amai.
Forse verrò domani ad un prato
verde, – e non sarò più solo.

Dario Bellezza, da L’avversario (Mondadori, 1994)