Leggimi la sera

Leggimi la sera, quando si placa il rumore del mare e del vento, così cominciava la mia lettera. Rileggi le cose che ho scritto soltanto per te. Ho creduto che bastasse mettere in rima le parole per esser chiamato poeta. Ho dato la caccia a un suono, venerato la segreta familiarità di un’allitterazione. Non ho mai capito che servivi tu, primariamente. Senza di te non escono parole, nemmeno scordate.

da La stanza di Kathy, racconto inedito.

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Novembre 2018, diario aperto

Mi riesce difficile, a volte, capire chi è che inghiotte chi. Se è questa città che inghiotte piano piano il mare, o se è il mare che ci divora lentamente. La ragione direbbe la seconda, ma il sentimento non lo so. Sarà che la foschia di questa “baia di fumo” si mangia tutto un po’ alla volta. Sarà, sarà, sarà… Che non sono mai stato un bravo giocatore. Io, che ho sempre preso l’amore, il sesso e le persone molto – forse troppo – seriamente. Sarà che mentre tutti stanno fermi o si stanno per fermare io mi chiedo sempre da che parte andare. Sarà che appare sempre il mittente sbagliato quando s’illumina il telefono. Sarà che… con che faccia mi appresto a raccontare per la quattrocentododicesima volta la mia storia, le mie due vite, le fondamenta profonde dei miei muri e delle mie idiosincrasie. Sarà che, ogni santa volta, ricominciare…
E pensare a quante volte invece avrei potuto prendere la scorciatoia, quante volte avrei potuto buttare tutto all’aria, fare pulizia e rivoluzione. Avrei potuto sì, e potrei. Ma non potrei mai diventare l’uomo che riempie un letto tanto per fare, per scaldare le lenzuola di cotone una notte e poi tirare il rigo sopra un nome. Sempre stato fuori tempo, sempre stato distratto, sempre stato troppo perso nell’osservazione di cervelli e caviglie. Sempre con quella cazzo di mano sporca d’inchiostro. Bestiale solo con chi ho saputo amare. Crudele solo con chi ha saputo dare. E con questo signore nello specchio a cui voglio raramente bene. Tutte le volte in cui ho fallito, e soprattutto quella più grande, ho fallito con lui.

Vorrei, Roberto Vecchioni

Tu sei bella anche se non ridi
Sai cadere quasi sempre in piedi
Io non ho la giacca ed il coltello
Ma sul muro il tuo sorriso è bello

Io vorrei
Rivederti per tutte le sere
Che ho guardato
La tua foto in un vaso di mele

Non ti ho mai voluto tanto bene
Vedi, quasi quasi ti conviene.
Ti ho mai scritto lettere d’amore
Quando stavi sveglia ad aspettare?

Sì, lo so
Che poi sei ritornata, lo so
Ma qui dentro io continuo a vederti partire.

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L’attacco di panico

Un collare di spine che mi avvelena le arterie. Che si zittisca l’allodola, se non vuole temere lo scettico aratro! Immobili e in cerchio, immobili e vigili, gli avvoltoi inferociti aspettano solo la distrazione di un passo. Un collare di spine che mi lega al tronco malato, da secoli e secoli in volontaria prigione. Se ne vadano i compatenti, che cerchino altrove altre lacrime per compiacersi la sete. Faccia silenzio anche il pettirosso sul davanzale, che non pensi mai più di venire a bussare! Se ne vada tutto il mondo a quel paese lontano, dove ogni cosa ha un nome e relativa istruzione.

Mi si lasci qui solo, una volta per tutte. Col cuore che ti ama, avvolto dentro un caldo maglione. Sparisca la terra, che le stelle tornino tutte a tuffarsi nel mare, se questo cuore ti ama, ma soffoca e non riesce a parlare.

 

Penelope

Il tempo passa e noi non sappiamo più chi siamo. Ho persino comprato quel maglione che ti piaceva tanto, ma l’ho gettato in valigia, la mia mano mossa dalla frustrazione. Il tempo passa e alle tue nuove rughe io non ho partecipato, né tu hai favorito il solco delle mie. Le nostre vite non si appartengono nemmeno nel pensiero. Continuo a cacciarmi nei guai, mentre tu continui a mettere in vendita il tuo cuore, a sfibrarlo come in filamenti di una stoffa vecchia, impigliata nei rovi di giorni imprevisti. Di certo non ci avevamo pensato, all’inizio. Di certo non l’avrei mai immaginato. Di buttare via così tanti soldi per comprarti il mio maglione che ti piaceva tanto, e persino la giaccia elegante da abbinare, per sembrarti più bello. Per sembrarti più sicuro di me. Per sembrarti invincibile, anche se hai già visto tutte le ombre – anche troppe – che si annidano fra i fili di lana di questo stanco sudario. Fili spezzati e infeltriti per te che sei salpata lontana, proprio come ho fatto io. Con la differenza che non avresti dovuto cercarmi, né invitarmi al ritorno. Non avresti dovuto fingerti Penelope, per essere solo sirena nel mare. Esca e veleno per pesci affamati, così lontani da Itaca, così lontani da casa.