Giorni grigi e tazzine di caffè

Ho cercato di spiegare alla piccola Gloria che le estati infinite di un tempo non esistono più. Avevamo previsto, avevamo scritto su un quaderno circa tredici anni fa che sarebbero arrivati i giorni grigi e che ci avrebbero inghiottito. Avevamo anche promesso di lottare e che alla fine avremmo vinto. Ma nessuno vince mai, non contro la malattia del tempo e certamente non contro la morte, che è la stessa cosa. Ho abbracciato la piccola Gloria nonostante la sua ossessiva richiesta di attenzione. Ho cercato di stringere lei e tutte le sue illusioni, tutte in una volta, come fossero fiori dai lunghi steli da cingere in un mazzo profumato. Gloria non sa che sono già tutti appassiti.

L’ho abbandonata alla stazione di Bologna. L’ho abbandonata un’altra volta. Poi ho capito che c’eri tu, dietro di me, davanti, di fianco. Insomma, da qualche parte vicino a me, mentre scendevo le scale. Ho capito che forse ci sfioreremo sempre appena, senza mai toccarci. Forse ci passeremo sempre al fianco, fingendo di non esserci. Io non sono qui. Tu nemmeno. Non siamo che un riflesso sull’occhiale da sole, una tazzina di caffè abbandonata sul banco e raffreddatasi nell’attesa di una bocca da baciare.

L’ultima cosa che ho capito è che forse dovrei sfruttare questo romanticissimo sfuggirsi a mio favore. Forse, per sublimarti del tutto e lasciarti andare senza più la minima incertezza, dovrei scrivere un romanzo su di noi. O meglio, un romanzo in cui inventare tutto ciò che non abbiamo avuto. La storia di due persone che si toccano, alla fine. Magari proprio sul ciglio dell’ultima riga, nell’ultima frase, sul fondo dell’ultima pagina, un millimetro prima della cifra, un soffio di fiato dietro l’Appendice. Gli sguardi più attenti e più veloci del fischio di un treno. Le anime libere. Due tazze di caffè poggiate sul bancone e già svuotate, macchiate della stessa sfumatura diluita di rossetto.

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