Pioggia sahariana

L’importante è passare la spugna sul vetro. Eliminare lo sporco, cancellare le tracce anche piccole di questa pioggia di sabbia. Avevo scappottato l’automobile per portarti al mare, ma adesso devo ripulire i sedili di residui sahariani. La sabbia ci ha travolti, ma senza portarsi dietro il mare. Ingoio una pastiglia dal sapore strano, sa quasi di cartone. E mi metto a contare il tempo che manca alla raccolta del grano. Mi metto a pensare a quel campo, quel maledetto campo su cui precipitava il sole e che adesso non esiste più, coperto da due stupide villette a schiera. Prima o poi la smetterò di fare promesse, e di contare sulle primavere. E di contare le primavere, e le estati, e le ore dall’ultima volta in cui persino la sabbia su questo vetro sembrava un tocco d’autore. In cui ogni macchia andava lasciata esattamente dov’era, perché il quadro d’insieme era più bello così. In cui non c’era urgenza dettata dalla paura. Ti dondolavi piano, senza dirmi niente. E io sapevo che sarei potuto morire in quell’istante. E tu sapevi che sarei potuto morire in quell’istante, stecchito ai piedi di quell’altalena. E tu sapevi, eppure non parlavi. E i silenzi non facevano male, e nemmeno i dubbi. C’era il coraggio di correre sui binari, dritti contro il treno. Il coraggio di sbagliare, poi. E di lasciarsi ammazzare.
Adesso ho troppe bollette da pagare. E un panno umido per ripulire. L’ennesima pioggia di sabbia. E io che avevo comprato una decappottabile per portarti al mare.

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