La paura è la polvere

A volte ce ne andiamo senza accorgercene, da noi stessi e dalle vite degli altri. Un granello alla volta, riempiamo la clessidra delle nostre distanze e delle reciproche incomprensioni. Ci allontaniamo di un millimetro, mandiamo giù il rospo che rimane per lungo tempo indigesto, seppelliamo l’ascia di guerra con la consapevolezza di poterla dissotterrare in qualunque momento. Ci nutriamo di tregue momentanee e di calma apparente. Firmiamo armistizi con i nostri demoni e che con le colpe, con tutto quello che non ci perdoniamo mai. Firmiamo trattati di pace con persone che ci perderanno, solo per crogiolarci nella quiete del silenzio e di una lenta deriva. Ci ripromettiamo di parlare, ci diamo garanzie e facciamo croci sui nostri calendari immaginari. Ci assicuriamo che la prossima volta affronteremo tutto con più coraggio, mentre, nel frattempo, un granello alla volta, la clessidra si riempie e si accumula finché non cresce insormontabile la polvere della distanza. Strato bianco che avvolge le cose, che mangiucchia gli spigoli del nostro mobilio, che soffoca noi e le nostre grandi speranze, soffiando sugli occhi e sulle mani che si tenevano, subito prima di separarsi. Per un bisticcio, uno screzio, un istante di paura. Una macchia di paura che dilaga. Non ho mai avuto interesse nel dare colore alle emozioni, un esercizio che non mi è mai piaciuto, ma da quando ho iniziato a riflettere sulla portata della paura nella nostra vita, ho cominciato a pensare che debba essere nera e lucida. Una macchia nera e lucida, di lattice tossico disciolto da una fiamma verde invidia. La paura è polvere. E distanza. È odio e vanità. La paura è il terremoto che distrugge la casa e abbatte Adamo. La radice primitiva del male. È la mano che si lascia e il cuore che si prende in giro: “È solo per un momento, solo per avere un po’ di pace”. Ma poi ce ne andiamo senza accorgercene. Dalla vite degli altri e da noi stessi. Diventiamo una macchia grigia, ancorata a terra da una sostanza viscosa, nera e lucida. Inchiodata, testardamente. Inchiodata come Cristo in croce. Anzi, no, come il ladrone. Sì, come il ladrone. Un osceno furfante che si ruba la felicità, aspettando di essere salvato.

3 Comments

  1. Noi siamo a pezzetti. Pezzetti di un intero che non sarà mai completato. Vaghiamo alla ricerca di quelli mancanti. A volte capita che per attaccare un pezzo dobbiamo far posto, demolire. Il pezzetto allora si incastra perfetto. Ma restiamo un puzzle mai finito. A volte i nostri pezzetti sono calamite affettive, attratte da poli opposti, o respinte da un apparente complementare. Le forze che ci tengono insieme sono colle fatte di amore e sacrificio, vicinanza e condivisione, ma anche assenza e perdita, cambiamento e solitudine. Pezzetti che si allenano ogni giorno, per essere pronti a stringersi o ad abbracciare, a rimpicciolirsi , a nascondersi, in un equilibrio dinamico che si chiama vita. L’unica colpa si chiama vivere. Un pezzetto piange e poi un altro sorride, uno si danna, uno teme, uno si accascia e uno semplicemente se ne va. Ha completato la sua missione, ci mancherà, eppure è così che doveva andare, perché per sempre non esiste. Ci resterà la nostalgia, che è memoria di bellezza vissuta. Ricchezza che insegna il piacere. La felicità è tante cose e niente, è quel camminare sul fil di lama, per dirla con le parole di un poeta, è un’attesa.

    1. Ho sempre immaginato un filo sottile, tuttavia, fra l’accettare che le cose cambino e che debbano rompersi, evolversi, mutare, modellarsi e a volte sbriciolarsi per fare spazio… e l’utilizzare questa consapevolezza per non sforzarsi abbastanza o non accettare una colpa quando la si ha. Spesso finisco per crogiolarmi all’estremo opposto, talmente convinto di poter cambiare il mondo ancora adesso e di poter determinare la vita che per ogni caduta mi imputo sempre troppe responsabilità. Ci sono poi quei vuoti che non possono essere colmati da nessuna filosofia, nessuna buona attitudine, né saggia consapevolezza. Purtroppo ho almeno un paio di vuoti che a volte temo non si colmeranno mai. Grazie infinite per aver intrecciato le tue bellissime parole con le mie.

      1. Esistono modi di vivere e sentire diversi. Intendo diversi dalla consuetudine, diversi dal comune, non ordinari, non prevedibili. Esiste chi vive intensamente ogni istante, chi rielabora ogni accadimento, ne fa storia personale, esperienza imprescindibile. Esiste questo modo che sfiora solo all’inizio ma poi non resiste, entra dentro le cose, le succhia, le plasma, ne diventa parte. E tutta questa intensità travolgente, una volta esaurito un processo, o trasformato in qualcosa di altro, diventa assenza, mancanza, solitudine, vuoto, come dici tu. Io lo chiamo down. Questa altalena è sfiancante. Il volo e lo schianto, lo schianto con la consapevolezza di essersi tagliati le ali da soli. Non ho ancora capito se è un’autodifesa con meccanismi tutti suoi, oppure ciclo della vita delle cose. Propendo per l’una o per l’altra a seconda delle situazione, del grado di accettazione. La colpa per un fallimento è un lutto da elaborare. Scrivere è terapeutico. Lasci sedimentare e poi ti racconti, per immagini concrete capaci di esemplificare il tuo processo. Il futuro è ignoto e imprevedibile, davvero. Può ancora toglierti il fiato, lasciarti senza parole. Magari domani o tra dieci anni. Non sarà allo stesso modo perché tu non sarai più lo stesso. Non ti riconoscerai. Per quanto tu sia rimasto fedele alla tua essenza. Faticherai a comprenderti, ti chiederai chi sei diventato. E’ una specie di piccola crisi, una trasformazione. Non è diventare grandi, o vecchi. Succederà. Ora però non ci pensare, lo dico sorridendo. E’ bellissimo il tuo pescatore di orologi.

        Eccomi in un post di dieci anni fa più o meno, 25 giugno 2008. Per dirti che mi sembra di leggere te con le mie parole di ieri.

        “”Ti ricordi Eloisa? Ti ricordi ancora di me? Ti ricordi del tempo nero e della pioggia? Ti ricordi tutte le mie domande a cui rispondesti senza esitare, come solo una donna forte sa fare?
        Eloisa, ora sono una donna sbriciolata. Ho disseminato ovunque i miei frammenti e cerco di ritrovare la strada, seguendo queste tracce vaghe e fuori stagione.
        Sono orme nella neve ghiacciata, lasciate ieri o cento anni fa. Ed io ripercorro la via, nascondendomi ai margini , con una musica in testa e un abbraccio tra le mani.
        Le persone che incontro non hanno nome. Sono occhi grandi e bocche da sfamare, sono pelle e ossa, sono carne da macello, colpevoli di nulla, imperdonabili per questo.
        Sarebbe bello potersi sedere ad ascoltare una storia, di quelle con la morale alla fine, con la chiave catartica che si infila perfetta nella serratura del cuore. E lo apre.
        Ma l’improvvisazione mi costringe ad essere inafferrabile, ad impormi un coprifuoco e a passare inosservata. Per trapassare. Da parte a parte ogni evento, penetrarlo nell’intimo, come un’autopsia su un corpo vivo.
        Cosa cerco Eloisa? O che cosa non cerco? La differenza tra il vento e la grandine non sono le nuvole?
        Ci vorrebbe sapere dove si vuole andare. Ci vorrebbe una meta, una riva di mare, uno scoglio, un appiglio. Ci vorrebbe un chiodo nella roccia, una stella polare, un sole. Ci vorrebbe un punto, magari un punto al contrario, per non andare a capo. Un punto rivoluzionario, non un punto di partenza o di arrivo. Un punto sovversivo, che non sia termine o inizio. Un punto in mezzo, ma non una tappa. Un punto a rovescio. Un punto ancora da inventare””

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