Dica: Trentatré

Il dottore prescriverebbe silenzio. Il dottore mi direbbe: taci. Non fosse altro per decoro ed amor proprio.
Il dottore prescriverebbe lontananza, anche se “la lontananza, sai…” non conta niente. Il dottore mi proibirebbe certe playlist di Spotify, le penombre, e mi direbbe che invece di ostinarmi a vivere in acustico dovrei lasciare i segni dei miei morsi sulla vita. Il dottore mi direbbe che la chimica del cuore ha regole precise. Lascia fare, lascia stare, prova un po’ a sparire. Mi darebbe una ricetta per gli sbalzi d’umore e una mezza pillola per i crampi fra le costole, come quelli che ho provato all’ultimo risveglio, lasciandoti nel sogno, lì dietro, nella visione che culminava con te e me sotto un ciliegio.
Il dottore mi direbbe cos’è giusto e magari mi farebbe rinsavire. Due colpi sulla schiena e “dica trentatré”. Che poi, l’ha mai detto davvero qualcuno, trentatré? O non bisogna piuttosto respirare? Soltanto respirare?
C’è un silenzio crudele in questo ambulatorio freddo, incupito dai tanti mobili in legno spesso e lucido, a prima vista molto antichi e parecchio annoiati. Non ho ancora avuto le mie medicine. Quel camice bianco un po’ ingobbito e un po’ distratto mi dà le spalle, finalmente, ripiegato su un cassetto a cercare un campione di antibiotico o un blocco di ricette. Borbotta qualcosa sul dolore al petto, sulla tosse e sul fatto che quel leggero male passerà. Io non lo ascolto più di tanto e penso che fra un minuto potrebbe voltarsi e accorgersi di me. Potrebbe iniettarmi un siero contro le parole, per fermare i brividi lungo la schiena e farmi fare troppo tardi. Potrebbe prescrivermi il silenzio, il mutismo selettivo. Potrebbe voltarsi e accorgersi del fatto che non muoio dalla voglia di guarire. Potrebbe dirmi “stringi i denti” e riversarmi dallo stantuffo un antibiotico per smettere di pensare a te. Mi direbbe: non parlare. Forse alzerebbe gli occhi al cielo e con una smorfia giudicante arriccerebbe la punta della bocca e, tutta in blocco, anche la sua folta barba grigia e un po’ arruffata, infeltrita come i cappelli dei vecchi signori tirolesi sempre imbronciati. Ho ancora un attimo, però, un istante brevissimo di libertà in cui non può vedere, in cui posso voltarmi e ammetterlo che mi manchi e che non voglio ripartire. Santo dio… Ecco tutto.
La presa sul braccio mi sembra un po’ troppo ferma. “Stringi i denti”, dice. “Mi scusi, ma?”. Fa una prova all’aria e poi si fionda su una vena.
“Ecco fatto, mi dicevi?”
“Ha finito?”, chiedo, “Non ricordo, a dire il vero. No, non ricordo proprio che volevo dire. Forse solo: trentatré”.

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