Un’arancia, il sole e te

Non ho la leggerezza di una farfalla. Per questo vengo a nascondermi da te.
Molto tardi ho imparato a parlare delle cose semplici e dei giorni. Di un cielo, di un cane, di un prato, o di un’arancia. Così doveva iniziare il mio libro sulla perdita dell’innocenza, con una scena di mercato e un bambino che fissa un’arancia, tenendo la mano a qualcuno. A quel punto doveva scivolare in primo piano l’immagine del sole. Poi di nuovo il frutto, poi di nuovo il sole. Sarebbe diventato chiaro in poche righe che si trattava di un’equazione semplice e concreta. Il quaderno precedente lo avevo riempito di un racconto epistolare distopico e angosciante. Una manciata di lettere carbonizzate sul finale, appena in tempo per rendersi concime per le stelle alpine. Ancora non ero capace di parlare, se non in piena notte, con gli occhi spalancati sulle mie visioni. L’abisso della morte mi camminava a fianco, e più allungavo i passi, più l’orlo si spostava e mi seguiva. Fu un’estate di grandi temporali, di pioggia come sputi sulla faccia. Cantavano i grilli e a me sembrava che piangessero per noi. Dopo aver bruciato tutto mi sono risvegliato, una mattina, sulla piazza di un mercato. Un’arancia posata sul bancone, poi un bambino coi capelli neri. Doveva essere una storia semplice. Doveva essere l’atteso ritorno alla terza persona, al narratore esterno che sa tutto e ficca il naso negli affari di chiunque quando vuole. Doveva essere una fotografia, questa storia nuova. E invece sono ritornato “io” e la piazza soleggiata si è trasformata in una stanza. La stanza dove Kathy nasconde i suoi romanzi e libri di poesie, o dove io ho nascosto Kathy, o forse quella stanza immaginaria dove tutto miracolosamente resta insieme. La porta che possiamo aprire su tutto ciò che abbiamo perso, o sulle strade che avremmo potuto percorrere ma non abbiamo preso. La stanza di Kathy è un’altalena piantata fra le onde, o dentro una foresta, è un bivacco di montagna dove potersi rifugiare. Come quella notte di mezza estate, stesi su dei teli da mare fuori dall’Osservatorio Astronomico di Imola. Non vidi neppure una stella cadere, ma il mio ricordo ora me ne mostra a centinaia. Mi sentivo al sicuro.
Io non ho la leggerezza luminosa di una lucciola, ma la stanza di Kathy l’ho riaperta poco fa, quando ti sei seduta su questo prato ad ascoltare. Ti ho offerto un po’ di pane, poi ho sparso sul panno di cotone delle vecchie foto e riempito il tuo bicchiere. Mi chiedo sempre che effetto avrebbe fatto stringersi le mani. Mi chiedo se continuerò anche adesso a trovare le parole, o se te le sei portate via dentro al cestino con le fragole. Oh, fossero almeno concime per le tue.

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