Possibili scenari

Anche le onde hanno una voce. Sono milioni di milioni ma dicono all’unisono la stessa cosa, ci hai mai fatto caso?
Avrei voluto incontrarti su una spiaggia, gettare le scarpe da qualche parte e passeggiare a piedi nudi verso il mare. Nel posto freddo e buio da cui scrivo la prima missione è trovare un modo per difendersi. Piccoli stratagemmi per fregare la notte, il vento gelido e il grigiore di certe mattine. Un pensiero felice, un sorriso, un passeggiata al momento giusto, un oggetto da posare sul davanzale – magari un bel fiore, a sfidare la tormenta e il lenzuolo di seta nera che ci porta via il cielo. Bisogna sempre fregare la notte e avere un motivo per restare – e per andare. Hai mai notato che le onde dicono tutte le stessa cosa? Se ti siedi qui con me te lo faccio sentire. Facciamo finta di non essere al bar. Chiudi gli occhi e andiamo al mare. Lo senti? Tutto si riduce a un unico grande frastuono.
La prossima volta che vedrò questo posto i peschi saranno in fiore. Ci sarà più luce sulle nostre teste e i tronchi degli alberi sembreranno più robusti. Invisibilmente avranno operato per tutto l’inverno, per ricoprirsi di nuovi impercettibili strati. Moniti scuri e raggrinziti dell’inconsistenza del tempo senza uno spazio per viverlo. Forse già stavolta, avvolti in questa nebbia di carta, non dovrei ricordare il tuo nome. Così di rado ho sfiorato anche solo un millimetro di un tuo maglione, o visto le tue labbra sfoggiare un sorriso da vicino. Eppure nella solida e silenziosa alleanza del mio corpo col mio tempo e la mia mente, mi ritrovo ad inseguire quel raggio di sole che scorre come acqua fra le rocce, venendo dai rami rinsecchiti e spogli di quest’albero della stazione a punzecchiarmi la punta del naso e a rivelarmi gli occhi. Da tempo ho levato il cappotto nero da sopra le spalle: l’ho fatto cadere in un fiume nascosto, coperto di muschio, una mattina di novembre di quelle in cui il sole è già livido e mi guarda le spalle, impaziente di fuggire di nuovo dal nord, dove nemmeno gli insetti si avventurano in inverno, sdegnosi dell’arido pasto.
La luce non fa male sulla banchina di questa stazione. Mi viene in mente quel viaggio verso Milano, di un’estate di quando ero bambino. Un succo all’albicocca e una mano bella stretta, ancorata alla sua. Mi viene in mente il gelato alla pesca. Mi viene in mente che è già tutto dentro, sebbene i ricordi non contino nulla e siano perfettamente inutili. Esiste solo adesso, questa luce che non posso spegnere.
Un giorno sarò su un treno di sole che mi porta a Lisbona, o in Andalusia. Mi perderò in una foresta amazzonica, con un libro nello zaino scritto con le unghie su foglie di platano, o nel deserto di Nazca, inseguendo le autostrade del cielo. Un giorno, d’un tratto, aprirò gli occhi su tutte le vite possibili che non ho ancora vissuto, compresa quella in cui resti con me.

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