Il terzo giorno d’inverno

Mi ricordi un accordo di pianoforte, quell’accordo che quando suonato mi riporta a una sensazione primitiva, forse prenatale. È come se il senso della vita mi si attorcigliasse nello stomaco quando quella precisa sequenza di tasti viene premuta: l’aria trema e mi solletica l’anima, fino a farmi chiedere che senso abbia la mia vita. È un accordo che mi fa pensare al primo amore, alla cecità che ne deriva. Un solo colpo, un solo accordo, e la lucidità viene travolta dal tuono. C’è sempre una donna, nascosta in quell’accordo, ci sono sempre due occhi dai contorni amorevoli, due mani calde sempre pronte a stringere le mie. Sono nato in una famiglia di donne: mia madre, mia nonna, sua madre, due zie, due cugine, una cugina più piccola, quasi coetanea, che è diventata mia sorella, e molte altre. Ho amato una donna per anni, crescendo con lei, regalandole i giorni migliori, fino a pensare di poter morire un pomeriggio d’autunno, per aver perso il suo sguardo.
Foglie gialle e rosse, come quelle di questo pomeriggio. È un accordo femminile, questo accordo di piano che mi rimbomba nel cervello. È un accordo aggraziato, che balla al rallentatore calpestandomi lievemente il cuore. È una risata di donna, la sua allegria, il suo pianto segreto.

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Foglie gialle, rosse e accordi d’amore. Cartelloni rosa. Altre donne. Le donne di Reykjavík, questa volta, scese in piazza il terzo giorno d’inverno, col favore di un sole già basso e di poche nuvole in cielo. Sono scese su Austurvöllur per i loro diritti, per far sentire la loro unica voce. Pare che il paese perfetto non lo sia poi così tanto. Pare che il loro salario sia mediamente più basso di quello dei loro colleghi uomini, come se su dodici mesi ne lavorassero gratuitamente due. Così hanno deciso di farsi sentire, marciando per il centro di Reykjavík, decidendo che la giornata di lavoro sarebbe terminata alle 14.38 precise. Madri, figlie, figlie delle figlie. Cartelloni rosa, cori e canzoni. E un inverno appena arrivato che con un sorriso è venuto a salutare.
La nave attraccata al vecchio porto cittadino si staglia su un cielo che sembra dipinto, che si fa perdonare per tutti i giorni di pioggia e di vento che l’hanno preceduto. La vita a Reykjavík procede senza castagne e senza Sangiovese. La neve si sta già divorando le cime dell’Esja, in questo giorno di festa dal nome difficile (Kvennafrídagurinn), eppure io non mi posso lamentare.

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Il ventiquattro ottobre è una storia d’amore che inizia con gli occhi puntati sul sole e finisce in un bar: Kaffi Vinyl, Hverfisgata 76. “Put some record on and have a coffee”, “Americano?”, “Yes, don’t even ask me to try their Espresso!”, “You might be surprised”. Potrei rimanere sorpreso. Come a Reykjavík, il terzo giorno d’inverno, una giornata di nuvole e sole. E un accordo primitivo che mi ricorda l’amore. “Ég er að sitja þarna, ég er með henni”.
Ecco, è partita anche la canzone, da un giradischi vicino al bancone. Sono i Beatles, “All my loving” la traccia. Mi mancherà domani quella ciocca rossa, quell’accento francese. Ma adesso sono ancora qui, rinchiuso in un giorno perfetto, dentro una foto in bianco e nero. Il terzo giorno d’inverno.

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