A Reykjavík e ai silenzi

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Vista sulla città dall’Hallgrímskirkja, uno dei simboli di Reykjavík. Di tanto in tanto bisogna fare anche i turisti.

È una domenica fredda di settembre e il sole splende senza pudore, dopo aver messo a nudo il cielo. Ha sollevato la coperta di nuvole che lo scaldava e lo ha esposto al freddo immobile dell’autunno islandese, fatto di molti più colori di quanto si possa pensare, ma soprattutto fatto di vento che incalza e pioggia orizzontale.
Nella stanza adiacente la mia coinquilina sta facendo pratica, vuole imparare in fretta a suonare Cherry Wine di Hozier, una canzone della mia playlist di Spotify che ha sentito l’altro ieri sera per la prima volta, davanti a una cena messicana offerta generosamente dalla coinquilina canadese di origini filippine che vive in Islanda. J. ha i capelli rossi e suona la chitarra. Non è molto alta, ma ha due bellissimi occhi rotondi e ciglia lunghissime. Sul braccio sinistro – credo – ha tatuata una nave vichinga in mare aperto. Abbiamo molto da dirci, ma soprattutto da non dirci. Soprattutto quando è nell’altra stanza e suona la chitarra, e io sollevo gli occhi da qualche saga scritta in antico norreno per avvicinarmi al muro e sentirla cantare. Sì, perché J. sa anche cantare, anche se molto più spesso fischia per vergogna. È dolce. Dorme con un peluche dall’aria irresistibilmente soffice, un cane dal nome buffo, una parola francese che non saprei ripetere e che in italiano si potrebbe tradurre con “tontolone”. J. parla francese – voglio dire, è la sua lingua madre – e spesso io stesso le chiedo di farlo. Non ho mai amato il francese, una lingua da parlare a bocca stretta e naso chiuso, con le pupille leggermente sollevate, i capelli leggermente spettinati e magari un dolcevita da intellettuale. Una lingua dalla pronuncia irritante al mio orecchio, soprattutto quando si mette a imitare le altre. Eppure c’è una ragazza dai capelli rossi, con una nave tatuata appena sotto la spalla sinistra, che mi fa venire voglia di sentirla parlare. Sarà il suo timbro acuto e rilassante, o forse sarà soltanto che sta suonando Cherry Wine e io mi sento tanto ipnotizzato da volermi appiattire contro il muro per sentire meglio. A volte mi parla in francese, consapevole che nella stanza sarò l’unico a capirla. A volte le parlo in italiano, con la stessa convinzione. Altre volte – come dicevo – è importante non parlare, interrompere per un attimo lo studio e guardarsi un po’ intorno: una splendida domenica autunnale, la musica che viene dall’altra parte del muro, l’aria fredda che si fa strada attraverso la finestra e che dà quel giusto brivido per non sentirsi saturi in un giorno come tanti, un momento come tanti, saturi di vivere, insomma. Pelle d’oca. Non so se sia il vento o la musica. Cherry Wine.
Bisognerebbe fare un brindisi a Reykjavík e ai silenzi. A Reykjavík. Al sole. E ai silenzi.

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