Caduto nelle cose

Lettera da un maggio passato

Folle è sempre stato l’amore nelle prime sere d’estate. Folle pensarti la notte, senza volerti pensare, quando gli occhi si chiudono e la mente parla per sé, non concede alcun controllo e distrugge le difese del pensiero razionale. Folle cercare di contare le stelle, o anche solo pensare di vederle tutte, ché basta trovare la pace oscura di una spiaggia per capire quante se ne stanno nascoste sotto il lenzuolo blu. Folle, ma sempre vivo il tentativo di sentire l’assoluto sulla pelle: l’amore è sempre eterno, finché non finisce per la prima volta. Ciò che viene dopo è qualcosa di diverso. L’amore si trasferisce nelle cose, dentro gli spazi fra un regalo a una carezza, le chiavi della macchina, una cena in due, le storie da dire la sera sottovoce, con il telefono che cade sulle guance, l’appuntamento a domani, ché si fatica a pensare più in là di qualche giorno, come se il “per sempre”, precipitando sulla punta della lingua, la annodasse e la tingesse di bugia. L’amore è caduto nelle cose. Folle è pensarlo ancora fra le stelle, come un satiro giocondo, in equilibrio sui fili che le tengono insieme.

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