Caffelatte

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“Ora dobbiamo andare, spegni la luce e da’ un bacio al nonno”. Mi chiedevo sempre perché il nonno restasse a dormire sul divano per ore, prima di spostarsi in una stanza singola al piano di sopra. “Perché russa troppo, non lo posso sopportare”. Già non ci credevo a sei anni che fosse tutta colpa del suo russare. Ero abbastanza precoce per certe cose. Pensavo spesso alla morte e al tempo come a un fiume inesorabile e in piena. Molti lo trovavano strano.

“Domattina caffelatte”. Annuivo, “domattina caffelatte”, e cominciavo a ripetermi la parola magica per una manciata di minuti, con le labbra contro il cuscino. Era una parola gustosa, particolare. L’adoravo per la sua asciutta pienezza, per il suo tepore casalingo. E me la ripetevo. Me la mangiavo. Ero già affascinato dalle parole, così come dai silenzi e dalle bugie. “Il nonno russa troppo. Ma non si sentirà solo?”. Caffelatte. “E se dovesse svegliarsi all’improvviso e trovare tutto solo al buio?”. Caffelatte. “Prima che si addormentasse eravamo tutti ancora lì e la tivù era accesa”. “Domattina ti preparo il caffelatte. E una pasta calda alla crema di nocciole”.

Nonna. Nonno. La testa di nonno piegata da una parte, quasi a penzoloni sul vuoto che la divideva dai cuscini del divano, dal piccolo guscio di bagigio che gli era caduto durante lo spuntino delle dieci e mezza e che gli era sfuggito al momento di pulire. Nonna non amava essere contraddetta. La seguivo nella penombra. Alla televisione della sua stanza la replica di qualche soap opera del pomeriggio. Le bambole di mia cugina mi fissavano con gli occhi lucidi e spalancati. Odiavo quei merletti e quei ricci artificiali. Quei cappelli di paglia, poi, non ne parliamo. Avrei voluto giocare ai video games, sentirmi leggere delle storie incredibili, o mangiare. Caffelatte, e forse anche biscotti. Pasta alla crema di nocciole.

D’altra parte non aveva tutti i torti. Il russare di mio nonno si sentiva anche in fondo al corridoio, anche con la porta chiusa. Che strano maleficio doveva averlo colto. E a dire il vero lo coglieva ogni volta, anche nel bel mezzo della giornata. Era una maschera curiosa, la vecchiaia, un intrigante incedere sulla sabbia bagnata. Studiavo le sue rughe, le impronte dei passi del tempo sulla riva, mentre dormiva. Tentavo di rubargli una sigaretta dal pacchetto, e un accendino che di solito teneva custodito nel pacchetto stesso, quando c’era spazio. Mi piaceva tenere in mano la sigaretta e sembrare grande. Facevo finta di far cadere la cenere nel vetro, rigiravo la sigaretta fra le dita. La posavo, a volte, ma non l’accendevo mai.

Il tic, tic, tic dei fornelli di una volta che si accendono. Tieni premuto verso il basso il pulsante del gas. Tic, tic, tic. Volevo che arrivassero presto la mattina e quel rumore, il suono del forno acceso e il caffelatte. Era bello mordersi la vita. “Tuo nonno russa troppo, non lo posso sopportare”. “Gli preparerai almeno una tazza di caffelatte?”. “Il nonno si sveglia molto prima, deve andare a lavorare”. E a che ora è la sveglia dell’amore? A che ora si spegne, invece? Passare una vita insieme e a un certo punto smettere di prepararsi il caffelatte, o dimenticare che un tempo era sopportabile anche tutto quel russare.

“Russa chi sente male al cuore”, mi ha detto una volta una persona. “O almeno così ho letto”. Chissà il mio nonno a che ora ha cominciato a russare.

 

6 Comments

    1. Grazie! Tante grazie 🙂 Bello ritrovarti. In effetti sono sparito per diversi mesi, ma siccome sto per trasferirmi in Islanda, ho pensato potesse avere senso ricominciare a cercare le parole. Mick

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