Ho cercato di spiegare alla piccola Gloria che le estati infinite di un tempo non esistono più. Avevamo previsto, avevamo scritto su un quaderno circa tredici anni fa che sarebbero arrivati i giorni grigi e che ci avrebbero inghiottito. Avevamo anche promesso di lottare e che alla fine avremmo vinto. Ma nessuno vince mai, non contro la malattia del tempo e certamente non contro la morte, che è la stessa cosa. Ho abbracciato la piccola Gloria nonostante la sua ossessiva richiesta di attenzione. Ho cercato di stringere lei e tutte le sue illusioni, tutte in una volta, come fossero fiori dai lunghi steli da cingere in un mazzo profumato. Gloria non sa che sono già tutti appassiti.

L’ho abbandonata alla stazione di Bologna. L’ho abbandonata un’altra volta. Poi ho capito che c’eri tu, dietro di me, davanti, di fianco. Insomma, da qualche parte vicino a me, mentre scendevo le scale. Ho capito che forse ci sfioreremo sempre appena, senza mai toccarci. Forse ci passeremo sempre al fianco, fingendo di non esserci. Io non sono qui. Tu nemmeno. Non siamo che un riflesso sull’occhiale da sole, una tazzina di caffè abbandonata sul banco e raffreddatasi nell’attesa di una bocca da baciare.

L’ultima cosa che ho capito è che forse dovrei sfruttare questo romanticissimo sfuggirsi a mio favore. Forse, per sublimarti del tutto e lasciarti andare senza più la minima incertezza, dovrei scrivere un romanzo su di noi. O meglio, un romanzo in cui inventare tutto ciò che non abbiamo avuto. La storia di due persone che si toccano, alla fine. Magari proprio sul ciglio dell’ultima riga, nell’ultima frase, sul fondo dell’ultima pagina, un millimetro prima della cifra, un soffio di fiato dietro l’Appendice. Gli sguardi più attenti e più veloci del fischio di un treno. Le anime libere. Due tazze di caffè poggiate sul bancone e già svuotate, macchiate della stessa sfumatura diluita di rossetto.

Cosa vuoi che sia
L’ennesimo addio
L’ennesimo amore fallito
il più recente
“Vorrei,
Ma non posso”.

Cosa vuoi che sia
Quell’ingenuo capriccio
Che l’ha portata via
La sua giovane fretta
Di decifrare in un lampo
l’alfabeto del cuore
Prima di poter dire
“A domani”, o
“Buonanotte”

Cosa vuoi che sia
Questo dolore
Rispetto alla mia vita
Intera.
Questo bruciore allo stomaco
Per uno che è morto
E già rinato
Tante volte quante
Sono concesse a un cuore

Sette vite – dicono
Siano donate ai felini
Ma ben più forte è questo muscolo
Che ancora vive

A ogni nuova rinascita più forte
Tanto più forte
da non sentire niente.

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Sleale è insistere su chi sono io.
Il punto di partenza è scontato
l’arrivo è certo nello stato
attuale: morte come sostanza
o strato finale di un cuore malato.
Oh, vorrei rinascere, ritornare indietro
ma non posso. Troppo ho peccato
di peccati non miei, attribuiti
a posteri, mancati inganni.
Cerco amori nuovi, violente sere.
Perdono chiedo a chi non amai.
Forse verrò domani ad un prato
verde, – e non sarò più solo.

Dario Bellezza, da L’avversario (Mondadori, 1994)

È una mattina silenziosa, amore mio. Ti ho mai detto che l’autunno qui dura appena due settimane? Ti ho mai parlato del freddo che fa, che inizia a fare, tutto in una volta, verso i primi di settembre? Neanche il tempo di richiudere la finestra che già ti nevica in casa. Non esiste l’autunno. È il secondo anno che sto senza autunno e senza caldarroste e senza cachi. Lo sai quanto è importante per me la stagione più triste, perciò puoi solo immaginare la mia fatica. Ho preso in giro tutti, a partire da me stesso, per tanti anni, dicendo di amare la primavera sopra tutte le stagioni. Ma non è vero. Amo l’autunno così come amo l’Islanda: più di ogni altra cosa, ma solo temporaneamente. Non potrei vivere in un mondo sempre decadente, ma in quei pochi mesi che decretano la fine dell’estate, in quelle settimane variopinte, coreografie e malinconiche, io vivo più che mai. Vivo nella proiezione fisica della mia avvolgente oscurità, che però è fatta anche di calore, di famiglia, di bellezza, di mani che tengono altre mani, di poesie scritte ai piedi di una quercia che muore. Scrivo versi alla vita, quando più la sento sfuggirmi. Nell’autunno del vino e del caffè, io mi allineo al mondo che si allinea al mio lieve tormento, e tutto trova una sua forma più precisa. Così, anche un’estrema lucidità mi raggiunge, sempre temporaneamente. L’autunno ci solletica il cuore con le sue pretese di bilanci, conclusioni e partenze. Ci ammonisce l’anima, perennemente insoddisfatta dei propri traguardi. Ci invita a godere degli ultimi frutti, senza lamentarci troppo. Ci invita a soffrire in silenzio, come fanno le foglie, la lontananza, i fallimenti, le strade sbagliate, i pentimenti, i rimpianti e le cose perdute. Come fanno le foglie, amore mio. Lo sai, è sempre avanti che devi guardare, perché fra un giorno sarà già neve a entrarti nella stanza e allora ogni risoluzione dovrà essere rimandata a primavera. Bisogna afferrarsi in fretta, quando cadono le foglie. Trovare un tronco bucato dentro cui nascondersi, prima che la notte inizi a congelare. Diventare piccoli gufi, scrollarsi di dosso la brina, spalancare gli occhi e decidere da che parte andare. Da che parte, amore?

Vorrei sapere
il nome scientifico
di questo disastro
di questo contagio
perenne
Se
ovunque io
vada:
Ogni giardino
è il nostro giardino
E ogni siepe
la nostra siepe
Ogni estate
la nostra estate
E ogni cantiere in costruzione
quel cantiere sul mare.
E ogni bambino
è il nostro bambino mai nato
Ogni animale domestico
il nostro animale
Se a ogni finestra
corrisponde il riflesso
della nostra vecchia dimora
E a ogni amore nuovo
corrisponde soltanto
quel che tu
gli concedi di essere