L’attacco di panico

Un collare di spine che mi avvelena le arterie. Che si zittisca l’allodola, se non vuole temere lo scettico aratro! Immobili e in cerchio, immobili e vigili, gli avvoltoi inferociti aspettano solo la distrazione di un passo. Un collare di spine che mi lega al tronco malato, da secoli e secoli in volontaria prigione. Se ne vadano i compatenti, che cerchino altrove altre lacrime per compiacersi la sete. Faccia silenzio anche il pettirosso sul davanzale, che non pensi mai più di venire a bussare! Se ne vada tutto il mondo a quel paese lontano, dove ogni cosa ha un nome e relativa istruzione.

Mi si lasci qui solo, una volta per tutte. Col cuore che ti ama, avvolto dentro un caldo maglione. Sparisca la terra, che le stelle tornino tutte a tuffarsi nel mare, se questo cuore ti ama, ma soffoca e non riesce a parlare.

 

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Penelope

Il tempo passa e noi non sappiamo più chi siamo. Ho persino comprato quel maglione che ti piaceva tanto, ma l’ho gettato in valigia, la mia mano mossa dalla frustrazione. Il tempo passa e alle tue nuove rughe io non ho partecipato, né tu hai favorito il solco delle mie. Le nostre vite non si appartengono nemmeno nel pensiero. Continuo a cacciarmi nei guai, mentre tu continui a mettere in vendita il tuo cuore, a sfibrarlo come in filamenti di una stoffa vecchia, impigliata nei rovi di giorni imprevisti. Di certo non ci avevamo pensato, all’inizio. Di certo non l’avrei mai immaginato. Di buttare via così tanti soldi per comprarti il mio maglione che ti piaceva tanto, e persino la giaccia elegante da abbinare, per sembrarti più bello. Per sembrarti più sicuro di me. Per sembrarti invincibile, anche se hai già visto tutte le ombre – anche troppe – che si annidano fra i fili di lana di questo stanco sudario. Fili spezzati e infeltriti per te che sei salpata lontana, proprio come ho fatto io. Con la differenza che non avresti dovuto cercarmi, né invitarmi al ritorno. Non avresti dovuto fingerti Penelope, per essere solo sirena nel mare. Esca e veleno per pesci affamati, così lontani da Itaca, così lontani da casa.

Un Giardino pieno di mele

Lei di notte dipingeva il suo amore.
Lei di notte distruggeva il suo amore
in mille pezzi
mille minuscoli pezzi di vetro.
Prendeva poi le tempere e i pennelli e li posava sull’aria, sul filo dell’onda, perché scrivessero parole che non era in grado di dire. Parole che, un giorno, qualcuno doveva legge. Dipingeva la luce del sole, i riflessi di specchi e piastrelle, miscelava tutte le voci del suo silenzioso congresso di spiriti. Deliberava visioni, dava ordine a un albero di trasformarsi in tempio. Alla foglia imponeva il veleggio di una barca spedita verso il cielo, o verso i riflessi infiniti della Senna, verso l’Amazzonia. Fra i rovi si intagliavano portali e trascorrevano canti di solitaria disperazione immortale. I gemiti del suo desiderio negato, chiuso dietro la porta di una matrona di specchi, dove imparammo a rivederci nel riflesso sparpagliato di un ostinato non capirsi. L’unico linguaggio comprensibile era quello dell’amore. L’unico linguaggio di cui lei possa parlare, la vernice che lega insieme questo posto, la patina lucida seccatasi sull’argilla che ha costruito la natura a immagine e somiglianza di un cuore, senza distruggerla o spezzarla. Questo, io ricordo. Questo amo di lei, nell’attimo in cui rivedo le sue infinite fantasie. L’unico filo che mi annoda a questo posto: ti sento urlare, Niki, dentro a tutti i colori del mondo. Urli di vernice per non farti capire, perché sarebbe troppo fragile tradire il cuore, parlare di un’attesa che solo tu capisci, di una lontananza che solo noi capiamo. E l’impossibile proposito di guardare altrove. Lontano, lontano, lontano nel tempo. Sugli orli rattrappiti delle vite possibili, tu hai visto due amanti in un Giardino. Un Giardino pieno di mele e senza dolore.

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La tua raccolta di poesie

Un giorno raccoglierò tutte le poesie che hai scritto da bambina e le cucirò insieme sul filo dei tuoi ricci. Te ne strapperò un mazzetto, quando sarà il momento, come fossero fiori di campo – o quelle calle bianche e purissime che ti piacciono tanto. Ci sarà un giorno in cui soffierò deciso e caccerò la polvere dalle fotografie dei primi anni ’90, solo per ritrovarti ancora vigile e attenta, decisa e un po’ selvatica, ma in fondo fragilissima, proprio il figlio che tieni fra le braccia. Spero di dovermene occupare tardi, della raccolta dei tuoi capelli. Ma spero che abbiano sempre lo stesso profumo di fiori. Ché forse è merito del balsamo, o forse profumerebbero comunque. Un giorno riaprirò i tuoi raccoglitori di ricette, pieni di fogli raggrinziti da tutte le chiazze di latte e caffè e chissà che altro che nel tempo gli hai rovesciato sopra. Forse farò una torta, sperando che sia buona come le domeniche a casa da scuola, fragrante come le tue guance sorridenti il giorno di Natale. Arriverà un giorno in cui saremo lontanissimi, lo sai. Più lontani di quando avevo sedici anni, più lontani di adesso, che vivo al Polo Nord. Saranno i giorni del silenzio. Quei giorni in cui forse troverò il coraggio di riaprire la tua raccolta di poesie. Non mi hai mai detto quale delle tante finì sul Resto del Carlino, ma lo indovinerò. La scoverò fra le tante scritte a macchina su pile di pagine ingiallite. E così indovinerò la tua presenza, e le tue rughe distese sul mio viso, nella stretta di un abbraccio immateriale. Chissà se anche le crepe che il tempo scava sulla faccia ci renderanno simili. Così fieri, così testardi. Orgogliosi, a volte, persino superbi. Così selvatici e in fondo così fragili. Selvatici e fragili. Sepolti da raccoglitori di poesie mai condivise.

Il saperti felice

Mi è giunto su filamento azzurrino
incastrato nel becco
di una bianca fenice
il tuo eco.

Mi coccolo dunque
in quel dolce chiarore!
Bonaccia limpida
di mattine
funeree
ma placide e
ricolme di pace.

Così, con vesti di pece
compaio
sotto i rami del tiglio
che fu nostro altare
Raccolgo
senza rancore
i ricordi felici
incastrati
fra chetate sterpaglie

E ingoio
la candida gioia
– e amara
di saperti felice
per l’ultima volta.