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Gli scrittori hanno bisogno del dolore, di attingere a quel pozzo segreto entro cui sono annegati i giorni passati, le passate speranze e le trascorse identità, già mutate. Non puoi chiedere a uno scrittore di dimenticare completamente il dolore di una ferita, benché addomesticata, benché fattasi cicatrice. Sono semplici comandamenti che anche tu dovresti capire. Parlerò sempre di ciò che serve per non tacere, per non cadere nel banale, per ricordarmi dell’amore, se è quello che serve. O della frustrazione, dell’illusione, del distacco, della gioia cieca, di abbandono, di riscatto e paura. Avrò sempre un ricordo o un segno sul corpo su cui premere il dito, o meglio, la penna. La premerò sempre, in cerca di ispirazione, per noia, vanità, o bisogno di parlare. Soprattutto nei giorni grigi, in quelli lenti, schiavi del silenzio e delle idiosincrasie. Spingerò la punta fino a sotto la cicatrice, per farla sanguinare ancora, alla ricerca di un’emozione perduta. Anche solo per un attimo, un istante che basti a dare ossigeno al racconto o a una poesia. Non potrai impedirmi di scrivere, né di ricordare, né di romanzare.
Non dovrai mai aspettarti la verità dei fatti, piuttosto quella delle emozioni, delle atmosfere e del cuore. Quella delle sensazioni rimaste addosso, voltata l’ultima pagina. Non chiedermi di smettere né di essere sincero. Chiedimi solo la verità di fondo, nascosta nei fogli invisibili della mia esperienza. Chiedimi che le lacrime di un personaggio siano le stesse mie, ma non chiedermi le ragioni e non indagare nei perché. Rimarresti delusa dalla banalità della vita, e da quanto poco mi importa, in realtà, di quello che è stato davvero e di come spendi ora i tuoi giorni felici.
Il mio inchiostro e il mio sangue sono asserviti alla mia vanità, legati a catene che non si sanno spezzare. Se è la mia vita che cerchi, allora esci da qui. Come faccio io stesso, ogni volta che sono felice, ogni volta che sono impegnato a dare forma al presente e non ho niente da dire o niente da dare alla carta. Nessun capriccio da consolare.

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Ogni giorno senza di te fu prima deserto e poi fiume che scorre. Il tempo senza di noi divenne paglia da bruciare nel fuoco la sera. Mi ricordo bene i tuoi capelli. Credo che gran parte del nostro amore fosse nascosto nei tuoi capelli. Era lì che custodivi tutti i miei segreti. Li trapiantavo con le carezze dentro al letto, o con la lingua passata dietro al collo. E così, adesso, mi spargi per il mondo a ogni cambio di stagione, mi tieni impigliato a una spazzola, o dentro al casco di un parrucchiere. Mi annodi intorno a un dito o mi recidi del tutto, a seconda del bisogno. Mi tingi di colori non miei, mi soffochi sotto la lana di un cappello. E ogni volta che rinasco mi dimentico dell’atroce trattamento, mi arriccio e bisticcio come un bambino capriccioso e impaziente di scoprire il mondo. E infine brucio, fra due piastre incandescenti. Sparisco in un rivolo di fumo. Così la volta dopo rinasco un po’ più piccolo, e più piccolo, e più piccolo… Presto sarò solo un atomo, in attesa di un soffio di vento. Di me ti resterà un prurito, un bisogno passeggero. Ciò che in fondo sono sempre stato.

Il tempo delle pesche, lo posso anche comprare al supermercato. Posso mettere l’estate in un sacchetto riciclabile e portarlo alla bilancia, appendere l’apposito scontrino, condurre il carrello alla cassa e portarmi via, dentro lo zaino, l’estate. Ho trovato due pesche, qui a Reykjavík, nel banco della frutta. Due pesche perfette. Mature, ma non troppo. Morbide, ma non troppo. Grandi, ma non troppo. Perfettamente rotonde, lucide e polpose. Trattenevano il gusto della campagna e potrei persino giurare, nel momento in cui le ho morse per la prima volta, di aver sentito il rumore del motorino di Carlo, e più in fondo al cervello, fra il cervelletto e il collo, nel retrobottega della mente, dove sono stipate le lattine di verdura e i sottaceti che non scadono mai, lì, anche il rumore del vecchio trattore di Peo e il chiocciare delle galline di zia Giovina. Infine, come quei cavalloni che non ti aspetti e ti travolgono all’improvviso, proprio all’ultimo secondo, anche il suono del coltello da tasca di mio nonno che si immerge nella polpa di un pomodoro rosso acceso. Mi ricordo di quando Giovina riempiva le botti di acqua dalla pompa fino all’orlo, e noi ci buttavamo dentro. Eravamo talmente piccoli che ci stavamo in due. E quando Peo tornava, ci diceva, se avessimo fatto i bravi ci avrebbe fatto guidare il Ciao e sgommare tra i filari. La prima volta che ci provai me la ricordo: andai a schiantarmi contro il muretto che divideva la casa di mia zia dall’industria di sottolii. Già all’epoca la zona industriale di Lugo si stava espandendo e Pucci si era fagocitato buona parte della campagna circostante. Hanno provato anche a prenderle la casa, dopo la morte di Peo. Ci hanno provato persino le figliastre a toglierla da lì. Ma lei no, non si spostava nemmeno con le cannonate. Parlava con Peo, diceva. La sera, davanti al camino. O prima di addormentarsi. O nei mattini d’estate, quando ancora l’afa concede agli uomini qualche ora per respirare e la vita non assomiglia così tanto alla morte. In quei momenti, diceva, parlo con Peo. Io parlo sempre con Peo.
Conosceva il segreto delle cose, lo stesso che bisogna conoscere per riuscire a dare forza e vitalità alle piante, per crescerle e far dar loro frutti fra le fronde rigogliose. Conosceva il segreto custodito nell’ignoranza della gente semplice, la verità inspiegabile a parole per cui tutti, alla fine, veniamo e torniamo dalla stessa parte. La ragione segreta per cui il fico di fronte alla casa vecchia di mattoni bucati dei suoi suoi suoceri, quel fico, con tutti i suoi frutti, cresceva anche dentro di lei. E le sue braccia erano rami, e i suoi occhi frutti succosi da donare a chi le sarebbe sopravvissuto. Nicole, Nisiel, Nial, e tutte quelle altre N che circolano come piccole api assetate di polline nella famiglia di mia madre. Solo a me tocca portarmi appresso per due volte la lettera prima. Due M per far sapere a tutti che non sono mai stato davvero dentro quelle botti e in mezzo a quei filari. Non fosse per lo sguardo e per il sorriso, si direbbe quasi che non condividiamo nemmeno una goccia di sangue. Quello sguardo lo conosco, mi disse un giorno una donna sconosciuta, quello sguardo netto, deciso, ma allo stesso tempo fragile. L’ho già visto negli occhi di tuo nonno. Tu sei un Notarfranco. Forse sì. Forse un po’. Forse anch’io.
Ritorno alla mia pesca e al mio sacchetto di plastica. Vado davvero a pagare alla cassa, impaziente di salire in macchina per agguantare e mordere quel brandello di estate e di infanzia. Impaziente di tornare indietro, scorrazzare sui campi e sedermi sotto al fico, a sentire che in tutti i suoi rami ci sono ancora le tue braccia. Di stagione in stagione. Le tue braccia intorno a me a farmi ombra nell’estate. E Corrado che diventa un pino, Liliana che mi guarda da dentro un pistillo. E Peo che ride ancora. Sentilo, nel vento che sbatte forte contro l’intonaco e il balcone e che fa fischiare le finestre, mentre le rondini volano basse e si preparano al temporale. Sentilo, sentilo, come ride ancora.

L’importante è passare la spugna sul vetro. Eliminare lo sporco, cancellare le tracce anche piccole di questa pioggia di sabbia. Avevo scappottato l’automobile per portarti al mare, ma adesso devo ripulire i sedili di residui sahariani. La sabbia ci ha travolti, ma senza portarsi dietro il mare. Ingoio una pastiglia dal sapore strano, sa quasi di cartone. E mi metto a contare il tempo che manca alla raccolta del grano. Mi metto a pensare a quel campo, quel maledetto campo su cui precipitava il sole e che adesso non esiste più, coperto da due stupide villette a schiera. Prima o poi la smetterò di fare promesse, e di contare sulle primavere. E di contare le primavere, e le estati, e le ore dall’ultima volta in cui persino la sabbia su questo vetro sembrava un tocco d’autore. In cui ogni macchia andava lasciata esattamente dov’era, perché il quadro d’insieme era più bello così. In cui non c’era urgenza dettata dalla paura. Ti dondolavi piano, senza dirmi niente. E io sapevo che sarei potuto morire in quell’istante. E tu sapevi che sarei potuto morire in quell’istante, stecchito ai piedi di quell’altalena. E tu sapevi, eppure non parlavi. E i silenzi non facevano male, e nemmeno i dubbi. C’era il coraggio di correre sui binari, dritti contro il treno. Il coraggio di sbagliare, poi. E di lasciarsi ammazzare.
Adesso ho troppe bollette da pagare. E un panno umido per ripulire. L’ennesima pioggia di sabbia. E io che avevo comprato una decappottabile per portarti al mare.

Prima di approdare sulla tua isola e camminare felice nel sole, hai navigato a lungo nel mio stesso mare in tempesta. Lontana, vicina ad altre coste, preda di altre tormente, eppure nello stesso identico mare. A volte remiamo in avanti pieni di speranze, pur lasciando che un occhio guardi indietro. Lo facciamo perché il temporale più brutto e logorante è l’apatia. Piuttosto che rassegnarci a essere soli e non sentire niente ci lasciamo stuzzicare da un anelito di malinconia, da un’illusione ripetuta. Ma questo non vuol dire nulla. I remi continuano a marciare spediti verso la terra promessa, il capitano solitario di questo veliero ammaccato continua a maledire le nuvole nere che inondano il cielo, senza voltarsi indietro. Finché non sarà luce, finché non sarà mattina, finché non saranno lacrime di felicità a rigare i nostri volti: Terra nova da baciare e coltivare, di cui assaporare i frutti pienamente.
Non essere severa con chi ancora è perso in quel mare senza stelle in cui tu stessa hai abitato tanto a lungo e di cui hai scritto con la stessa violenta e nostalgica amarezza. Non essere così dura con chi ancora è costretto a collezionare buchi nell’acqua. Pensami un po’, semmai. Soprattutto nei giorni più luminosi. Regala un briciolo di amore al vento che possa portarlo da me, così che possa sperare di trovare anch’io il mio tesoro, sepolto sotto qualche riva del mondo. Non arrabbiarti con i sogni e nemmeno col passato. Che qualcosa di vero invece c’è stato, per fortuna. E te ne sono grato.

“Was it really how you sing it, dear?
I remember worse than blood and tears.
And did you love me like the way you wrote?”
“I’m afraid so”.