Come il sole invernale

Forse sarebbe stato sufficiente rimanere fedele a se stessi, pensava David inspirando con foga il fumo della sua prima sigaretta. Il mattino aveva portato una coltre grigia sulla città, una specie di sogno in bianco e nero gli accarezzava la finestra. Gli spifferi della notte prima si erano placati, avevano arretrato ed erano tornati a casa. David riusciva a fare progetti, a immaginarsi un futuro. Lo aveva scritto su un foglio qualunque alla fermata del tram, passandoci sopra con il dorso della mano, facendo sbavare l’inchiostro della penna, anche a causa della pioggia, anche per la folle caduta del cielo in una lacrima. Le sue dita ingiallite meditavano sulle risposte che si sarebbe dato per spiegare il vuoto. I giorni passavano e le strade candide di Vienna si lasciavano passeggiare senza lamentare il mal di schiena, il peso della neve e degli uomini. Un uccellaccio nero da qualche tempo aveva deciso di iniziare la mattina sul cornicione del palazzo di fronte al suo e di riservargli un buon giorno gracchiante. Il freddo stava cominciando ad avanzare come una creatura possente, lenta, ma infallibile. Non si poteva fermare l’avanzata della neve, della stagione invernale, di un nuovo desiderio di reclusione al caldo della luce di un camino. Aveva voglia di caffè. Era uscito a berlo. Un espresso lungo, come quelli che fanno qui. Ora fumava una sigaretta, fingendo di guardarsi intorno. Qualche foglia ancora si lanciava contro i passanti, con la complicità del vento. L’autunno era stato una mostra d’arte contemporanea, una commistione di forme e di colori, di aria e di cemento, una installazione artistica momentanea, ma su larga scala. Aveva deciso di ricominciare a scrivere, o perlomeno di provarci. Qualcosa però aveva abbandonato quel luogo millimetrico e misterioso in cui la carta si incontra con la parla scritta, qualcosa bloccava la sua mente, la ostruiva come il sangue denso di una vena.
Forse sarebbe stato sufficiente rimanere fedele a se stessi. Lei era uscita dal portone di casa e gli aveva sorriso. Un piccolo labrador color nocciola la seguiva senza bisogno del guinzaglio. Era un’affermazione di amicizia. Anche quel sorriso. David però si voltò dall’altra parte, cercando ancora una volta di evitarlo. In effetti, un po’ di neve aveva cominciato a cadere. Presto le luci delle vie si sarebbero accese. Presto sarebbe stato tardi, anche per scrivere, anche per vivere. Eppure la soluzione era sempre stata davanti ai suoi occhi, senza che se ne accorgesse.
Inspirò per un’ultima volta, prima di gettare la sigaretta ai piedi di una panchina infreddolita. La verità era lampante come il sole invernale. Difficile da osservare, proprio come il sole invernale. Aveva male agli occhi, ma almeno aveva capito. Sarebbe stato sufficiente rimanere fedeli a se stessi.

Fare ritorno

In Islanda è cominciata la réttir, il rientro delle pecore dal pascolo. Uno spettacolo stupendo nella propria semplicità: lo sciame di pecore viene recuperato dalle alture, dalle lunghe distese verdi che lo hanno nutrito durante tutta la stagione estiva, e viene indirizzato verso le stalle in cui, al caldo, affronterà l’inverno. Cani e contadini le raggruppano e le portano a casa, gridando e cantando. È una tradizione in islanda, un bel rito campestre. I bambini vengono ad assistere, i turisti si fermano meravigliati. Qualcuno potrebbe chiedersi cosa ci sia di tanto stupefacente in un gregge di pecore che torna a casa. Essenzialmente niente, e questa è la vera magia. In certi angoli d’Islanda il mondo sembra rimasto fermo, e con esso le persone. L’ospitalità che si respira in certe case o fattorie non è del nostro tempo, viene da lontano, da un mondo che era ancora degli uomini. Non che adesso il mondo sia di un’altra specie, eppure un certo tipo di umanità sembra essersi perduta. L’Islanda è un paese pieno di difetti, ma le persone sono vicine, allungano la mano, sono consapevoli di navigare tutte sulla stessa grande barca. O almeno questo è ciò che ho visto io, che ho provato e letto negli occhi chiari di chi mi ha parlato, apprezzando il mio sforzo comunicativo, le mie frasi biascicate, la mia estraneità.
“I fiordi nord-occidentali stanno perdendo la propria gente, tutti corrono verso la città. Sembrano non vedere la bellezza che ci circonda. Se vi piace questo posto, rimanete. Abbiamo bisogno di persone che lo amino e lo proteggano”, ci ha detto un giorno a lezione la dolcissima Bryndís.
“Io ho vissuto in America”, ha detto un’altra volta la proprietaria della mia pensione, mentre era intenta a prepararci una gustosissima torta al cioccolato, “in realtà, mi sono spostata per anni. E sapete una cosa? Forse l’Islanda non sarà perfetta, ma mai come durante i miei viaggi mi sono resa conto di quanto l’America e altri posti del mondo non siano liberi, pur credendo di esserlo. Ecco, soprattutto l’America. Qual è la democrazia di cui parlano? Pensano che la libertà sia un bene esportabile, ma sono i più servi di tutti. Ecco, a un certo punto ho avuto voglia di tornare a casa mia, in Islanda. In questo brutto posto ai confini del mondo, almeno siamo liberi di essere ciò che siamo, o di amare chi vogliamo, per esempio”.
E poi mi torna sempre in mente l’augurio di Ólína, la signora paffuta e simpatica dell’Arnarstapi Community House. Ne ho già parlato spesso e continuerò a farlo; ricordare quel momento mi fa bene, mi aiuta a tenere a mente la nostra missione come esseri umani.
“Allora, ragazzi. Arrivederci in un mondo migliore”, ci ha detto.
Arrivederci.
L’Islanda mi manca, mi manca immensamente. E non è vero che non c’è l’autunno, che non ci sono le stagioni, che lassù la gente vive negli igloo. L’Islanda in autunno è un quadro impressionista dai mille colori, una festa di rosso, arancione, giallo. Una festa per gli occhi, una fotografia di indelebile bellezza. Aspettami, terra di ghiaccio e di fuoco. Ogni tanto sento solo il bisogno di rinnovarti questo invito. Aspettami lì. Anche io farò ritorno.

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A quattordici anni facevo lo scrittore

Cerco sempre il tuo nome, nella rubrica del telefono, nei nuovi social network. Non lo faccio per chissà quale senso di mancanza, lo faccio perché ogni tanto rimpiango quella precisa sensazione che mi dava il confronto con te. Ti riempivo i fogli bianchi di parole, tanto da sporcarmi senza riguardo il dorso della mano destra di inchiostro. Adoravo l’odore dell’inchiostro sulla mano, quando strofinava i fogli colmi e chilometrici. Mi sembrava infatti che quei temi non finissero più: ogni volta ripartivo da zero e ci mettevo tutto, tutta la mia vita. La scioglievo nel nero e diventava carta, forme che evocavano paesaggi e vite. Professore, ancora oggi cerco il tuo nome fra le pagine, vere o finte che siano. Tu che per primo hai versato una lacrima per onorare la fantasia spregiudicata dei miei anni acerbi, tu che per primo mi hai chiesto di non smettere mai e hai voluto che immaginassi per me un futuro di parole, un mestiere. Che lavoro fai? Faccio le capriole fra le righe, mi tengo sospeso sui fili del vuoto, immagino e distruggo mondi, che contengono vite, dentro cui maschero la mia. Faccio il mestiere più bello del mondo. Faccio lo scrittore.
Cerco ancora il tuo nome, perché in fondo tu volevi questo per me, come il più grande tifoso. Volevi che la mia vita fosse serva delle pagine, perché nelle mie dita leggevi un destino che io adesso ho smarrito nella nebbia fredda della sopravvivenza e dei ritardi. Mi sembra troppo tardi per tutto, mi sembra di aver perso le parole. Sì, scrivo. Ma che cos’è un vero racconto? La fantasia, dove è affogata? Potessi ricollegarmi al filo di magia che mi teneva ancorato a quel destino e quelle storie. Avessi ancora la presunzione e la spregiudicatezza per compiere quelle capriole. Forse ci crederei ancora. Forse potrei fare lo scrittore.
Cerco sempre il tuo nome perché spero, in fondo, che tu mi dica che c’è ancora speranza per questa penna sterile. Lo cerco, ma poi non premo mai il pulsante. La chiamata non parte. Le mie parole restano ferme. Codarde.
A quattordici anni facevo lo scrittore. A ventiquattro anni parlo del niente in trecento parole.

FUTURO

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Buon viaggio che comincia. Buon viaggio. Siamo delle navi che si lasciano trascinare dalla corrente, senza chiedersi nemmeno più il perché. È incredibile rendersi conto di quanto certi pensieri diventino piccoli e leggeri, se sorretti dal vento sferzante del viaggio, di quanto altri diventino invece pesanti, per la stessa ragione. Incredibile, cercare di rimettermi a masticare nuove parole, dopo averle lasciate scorrere nel mare. Vedi, Vienna è uno spettacolo, finalmente posso dirlo, diversa da come la ricordavo, ma non meno bella. D’altronde una città vissuta è sempre diversa da una città visitata.
Ho passato alcuni giorni senza connessione internet, ma in compenso ho cercato di mettere quache pensiero per iscritto. Volevo dire che è vero ciò che raccontano: il vero viaggio è cominciato quando ve ne siate andati. Sto imparando a riconoscere le strade. A me serve tempo, le radici dei miei occhi si spostano e si posano con lentezza. Sto imparando a leggere le scritte, a riconoscere gli odori, i colori, la via di casa si vanta già della sua luce familiare. Vedi, mai come adesso mi accorgo di me stesso. Le mie mani sono responsabili di precari equilibri, la mia mente – come promesso – ha perso ogni dimensione che non sia il presente. Come promesso. Come promesso.
E io sto cominciando a stare bene. Volevo dirtelo, ma con fatica sono riuscito ad aspettare. Prima o poi mi passerà anche questa fretta di passare. Sto anche cercando di tornare a masticare le parole, quando non mi drogo di musica. Nel momento stesso in cui vi ho lasciati scorrere sul treno del ritorno, ho fatto fluire nelle orecchie quella musica che avevo in testa, e sono corso via, in fiamme. Senza pensare più tanto a lungo. Non penso più tanto a lungo. Come promesso. Sono andato per le strade buie di Vienna che ancora mi sembrano segrete, solo perché ancora non ci siamo presentati. Ci sono andato con quella musica che avevo nella testa. Ovvio, che l’ho fatto per sentirmi dentro a un film. Sono sciocco quanto tutti gli altri. Ma ero in fiamme. Fiamme che illuminavano tutta la via, fino a questa casa che mi terrà al caldo per i prossimi sei mesi. Le note in fiamme della mia libertà. Di nuovo parlo di lei, la abbraccio, la stringo, la nascondo nel cuscino, nel terreno friabile del cuore: la mia libertà. Questa stella promessa che mi sembra la più luminosa, tanto che i palazzi imperiali di Vienna non contano niente. Ho un bagliore troppo forte negli occhi. Voglio chiamarlo: Futuro.

Aber das ist der hellste Stern am Firmament.

18.09.14

Andarsene da qui, una missione per cambiare e per imparare. Chissà se le nuvole austriache prenderanno forme diverse, magari più aguzze. Per molti il tedesco è duro, quasi insopportabile. A volte anche per chi prova a parlarlo. Mi metto in spalla le valigie stanotte e vado via. 18.09.14. Padre, madre, il viso di mia nonna in lacrime. Sei mesi non sono poi tanti, ma sono un tempo vastissimo per chi aspetta, per chi non vuole, per chi non c’è abituato. Bisogna pensare soprattutto al significato del viaggio, al fatto che è da un anno esatto che sto pensando di partire, da quando ho iniziato a rendermi conto di aver vissuto due vite. Sul ciglio di un marciapiede ho pensato a me stesso, e stasera sul ciglio di quello stesso marciapiede, in piena notte, mi accorgo del cambiamento, provo a guardarmi al di fuori di me, provo a osservarmi. Come sono diversi i miei occhi, più sicuri e più freddi. Com’è facile adesso, e difficile, allo stesso tempo. Il coronamento di questa mia seconda vita (e chissà quante ancora sarò destinato a viverne) doveva essere il viaggio che adesso mi aspetta a braccia aperte. Ci siamo. È tempo per noi di andare via. 18.09.14.
Credevo che non ce l’avrei mai fatta, che non avrei avuto abbastanza coraggio. E invece il coraggio mi è mancato in tante cose, meno che in questa. Dovevo chiudere una manciata di conti e non ne ho chiuso nessuno. Si chiuderanno da soli, mentre sarò via. Adesso non vi devo più nulla. Da domani devo solo a me stesso. Da domani non venitemi a cercare. Non mi interessa più la linea del tempo. Dietro di me non c’è più niente. Davanti a me si scorge solo una bellissima alba. Ciao Italia, ciao paese, ciao alle facce, e a tutto il tempo bruciato che non ricorderò di aver vissuto. 18.09.14

Chiudo gli occhi e sento di già
che la stagione mia si innova.
Un soffio caldo che va,
un sogno caldo che va.

A Vienna non ce l’hanno il mare

Chi sarà il primo di noi a interrompere questo sconfinato silenzio? Le onde del mare di notte emanano tutto il calore che hanno raccolto, come un frutto prezioso da tenere da parte, per far passare l’inverno. Chi sarà il primo di noi a lasciare queste sponde per inseguire le luci infinite che illuminano il punto di sutura fra il cielo nero e le onde? Siamo seduti e respiriamo, ognuno guarda dalla propria parte, si contente l’ultima parola. L’ultima voce che sentirà il mare questa notte è la nostra. E questo è l’ultimo mare che vedrò. “A Vienna non ce l’avrai mica il mare”, si mette a dire uno di noi. Io prendo ancora un respiro profondo, mi riempio i polmoni di salsedine e di vento. Annuisco e sorrido: Umberto ha ragione, a Vienna non ce l’hanno mica il mare… E come si vedono bene le stelle da qui. E come ci si sente vivi.

Una sera ho pensato di passeggiare

Nonostante la mia giovane età ho camminato a piedi su moltissime strade, in parti diverse del mondo. Ho sentito i suoni e gli odori che sgattaiolavano fuori dalle case e mi si presentavano davanti come una meravigliosa cartolina di benvenuto per ogni posto nuovo. Ho analizzato le strade, i lampioni, le insegne intermittenti, o nuove, o quasi spente, le statue nei giardini, i fiori, gli animali, negli stessi giardini. Le persone che dietro i cancelli si prendono cura del loro piccolo spazio di mondo. E le scritte sui muri, per non parlare poi delle panchine e dei resti di serate in scontrini e vetri vuoti, il rumore degli alberi, le farfalle curiose, gli argini dei fiumi. Ho conosciuto svariate storie e per quelle che non ho conosciuto ne ho inventate altrettante, sulle strade del mondo. Eppure, prima di partire, mi sono preso il tempo per camminare lungo le vie della mia città natale. Mi sono accorto solo allora che non l’avevo mai fatto davvero. Non vivo in una bella città, eppure camminando dal centro a casa mia, ho avuto tempo e attenzione sufficienti per rendermi conto di essermi fatto sfuggire mille vite, mille angoli da guardare, odori e forme da indovinare. Ho lasciato dei brandelli di umanità nell’ombra, per la fretta e la noncuranza che governano il quotidiano di molti. È così che, nella luce della sera, insieme ai pensieri assordanti, alle paure e alle speranze, ho potuto scattare le fotografie immaginarie di mondi già presenti, eppure mai esplorati. Mi sono messo in tasca tutte le luci che ho scorto al di là delle finestre e quelle vite intuite, forse riunite intorno a un tavolo o su in divano sformato, o su un letto a riposare e far l’amore. Tutte quelle luci non le avevo mai viste. Sono luci qualunque, di cui nessuno parlerebbe mai, i puntini luminosi delle vite comuni. Sono le storie che non ho mai scorto, perché non ho mai passeggiato, perché non ho mai fatto davvero attenzione.

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