Nel freddo blu profondo (we bought a zoo)

1413831899857Cartolina dal fondo del mare. Ci siamo comprati tutto lo Zoo, dopo esserci presi per mano. Abbiamo fatto le giravolte come i bambini, quelle giravolte a testa per aria che poi ti gira tutto, cadi, e ti sembra per la prima volta di ruotare dentro una vertigine, come fa la trottola terrestre. Sulle nostre teste avevamo l’oceano riprodotto, un’idea di oceano, diciamo. Qualcosa per cui incantarsi, un motivo per seguire la luce, e centinaia di pesci. Non è stata soltanto una gita allo Zoo di Vienna, è stata una storia, stupenda e senza colpi di scena: la vita nel proprio accadere. Cominciano a saldarsi i legami, forse non mi sento nemmeno più dispari. Il sottofondo che si espande questa sera nel fondo del mare è una canzone stupenda di Low Roar. Si intitola Give up ed è anche un po’ una poesia. Sono nel freddo blu profondo di questa storia bellissima. Nel freddo blu profondo di noi, dei miei fantasmi di ieri e della luce di oggi. La luce che arriva fino in fondo agli oceani per non farli sembrare del tutto neri. È blu profondo il colore. Blu profondo.
E questa è davvero la frontiera di un futuro irrinunciabile.

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In my worst
I’ll do my best
To make it seem
Like I am happy

Inspired by Iceland – Secret Tour of Iceland (Something to keep us dreaming)

Something to keep us dreaming about North and the beauty of life. Enjoy, the pictures and the music.

In February 2014, Inspired by Iceland launched a global search for the ‘World’s Most Intrepid Tourist’. The unique opportunity brought one winner, Jennifer Asmundson, and her friend Corina, on the Secret Tour of Iceland, a magical 7-day tour that saw them travel across the country, uncovering its best kept, most colourful and often surprising secrets as they went.

The itinerary was curated by Iceland’s 100,000 strong army of Facebook fans, who shared their Iceland secrets to make the ultimate trip for Jennifer and Corina.

Here is a glimpse in to the secrets Jennifer discovered on tour…

Find out more on http://www.inspiredbyiceland.com/

I didn’t know anything about this search, otherwise I would have surely tried to be part of this amazing trip. I wouldn’t have had any chance to win but, you know, Iceland is Iceland. Lots of people often ask me: “Hey, Michael. Why Iceland?”. And I usually find several reasons why, because I have many different reasons why. This video includes some of them, and it just made me happily nostalgic. It may seem a contradiction. But I was there, I saw some of the breathtaking landscapes, I have Icelandic friends (Icelanders are among the warmest and most welcoming people in the world), and I am definitely going back there to finish my studies. Iceland gave me so much. So, I shouldn’t be too sad. I am also having a wonderful time in Vienna, majestic beautiful city. My life is a great adventure, and bad thoughts should find their way to hell. Stay strong and love Iceland. Here’s the video:

Sull’albero con Fismoll

Vi segnalo un mio nuovo articolo. Questo mese, insieme agli amici della rivista online Una casa sull’albero, vi porto a Poznań a conoscere uno straordinario cantautore polacco. Sentirete ancora parlare di lui, intanto salite a conoscerlo, cliccando QUI.

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Ecco la sua canzone finora più famosa, Let’s play birds. Un brano che rimane impresso, un vento straniero che soffia nella testa. Buona lettura e buon ascolto!

Futuribile (Passare oltre)

Ho scritto e cancellato tre post diversi nel giro di un’ora. Vittima di un’ispirazione insipida, che però vuole soccombere alla voglia di scrivere qualcosa per questo primo mese a Vienna. Almeno una parola, era giusto spenderla, mi andava. Ma la verità è che stasera le parole sono stanche, se le è mangiate tutte Vasco Brondi, le ha trasformate in anidride carbonica mentre io lavavo i piatti. Si è allargato il buco dell’ozono per colpa di tutte le cose che abbiamo da dire, ma che non riusciamo a vomitare. Davvero stasera non so. Se non che… No, nemmeno quello.

Per festeggiare Vienna ci si aspetterebbe un’altra bella foto della città, qualche aneddoto interessante da raccontare. Almeno un elemento che non sia semplicemente il nome della città scritto nero su bianco. Ma no, non farò nemmeno quello. Del vecchio post, prima dell’alba rinnegato tre volte, lascerò soltanto il titolo. Meno le parentesi.

Se n’è già andato il primo mese. Eh, dai.

Strangers in the night

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E allora ho deciso di andarmene al parco per pranzo. Ho cercato un prato verde, un lembo di sole, e mi ci sono seduto, concedendomi la mia porzione di noodles bisunti al pollo settimanale. Se fosse per me ne mangerei di continuo. La gente passa e va, c’è chi prende il sole. Ci sono due ragazze che ridono come se non avessero mai riso prima, si tolgono le scarpe, si sgranchiscono le dita e gioioscono al contatto dei loro piedi nudi con l’erba, ancora verde, ancora fresca. Ancora Vienna. Alla fermata della metro, poco distante, un vagabondo suona con il clarinetto un motivetto. C’è un sole che spacca le pietre, eppure la vedi: vestita di nero, uscire dalla porta di casa con un’acconciatura pensata per l’occasione, qualche accessorio che non dà nell’occhio, studiato per attirare solo chi vuole davvero fare attenzione. Forse va a teatro, forse in un Cafè. È così alta e snella da sembrare un filo di vento nella notte viennese. Ha una giacchetta leggera per affrontare l’autunno, si stringe nelle spalle, prima di salire su un taxi. Non ha nemmeno alzato le braccia, ha solo mosso lievemente il mento. Il taxista l’ha notata lo stesso. Come poteva non farlo. La notte è appena cominciata, ancora vergine di illusioni. Io mi sto macchiando i jeans con l’unto dei noodles. La poesia è finita, e in fondo è solo dentro la mia testa. Però a quel motivetto non si può proprio resistere.
Strangers in the night, exchanging glances
Wond’ring in the night, what were the chances
We’d be sharing love, before the night was through

Chissà dentro che cos’hai.

Scegliere la vita

Sono così eccitato che non riesco a stare seduto, né a concentrarmi su qualcosa. Credo che sia l’emozione che solo un uomo libero può provare. Un uomo libero all’inizio di un lungo viaggio la cui conclusione è incerta. Spero di farcela, ad attraversare il confine. Spero di incontrare il mio amico e stringergli la mano. Spero che il Pacifico sia azzurro come nei miei sogni. Spero.

Un piccolo violinista dorato

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A volte scrivo perché non ho niente di meglio da fare. A volte ho paura che questo silenzio mi faccia ammalare. Ammalare di niente. Quindi scrivo. Avrei potuto farlo anche ieri, ma ho preferito uscire. Uscire e scattare altre fotografie. Qualcosa sta tornando, qualcosa no. Qualcosa mi ha abbandonato del tutto. Comincia a mancarmi casa ed è tutta colpa delle aspettative. Mi basterebbe tornare un giorno solo, prendere la bicicletta e andare al solito posto, con la musica giusta in cuffia. Cercare di evitare qualunque faccia amica, che non sia parte della famiglia. A volte devo soltanto far passare la notte. Non ho ancora capito se siamo amici o avversari. So che quando arriva, quando tutto si spegne e resto solo qui nella mia tana, inizia un braccio di ferro per capire chi cederà per primo. Ovviamente cedo sempre io, ma lotto fino all’ultimo. Spesso mi ritrovo con gli occhiali schiacciati sotto la pancia, i libri sul pavimento, la ventola del computer che ronza sul silenzio che ha lasciato la puntata di un telefilm. Ieri per cercare di ammazzare la notte sono uscito ancora una volta. Avevo la musica, la città, più di dieci chilometri da percorrere. C’erano tutti i presupposti per staccare la spina e sentirsi al sicuro, ma non ho ancora trovato i miei luoghi, i miei angoli. Li sto ancora cercando. Lo Stadtpark di sera, con un paio di coppiette sedute sulle panchine ad ascoltarsi il rumore dei baci e del fiume, potrebbe essere fra questi. C’è un piccolo violinsta tutto d’oro che si prende il centro della scena, degli archi di pietra, delle foglie rosse come il sangue che piange l’estate. C’è il canale che scorre senza disturbare e sulle sponde di cemento i capolavori di street art di qualche giovane genio viennese.
Sì, lo Stadtpark potrebbe appartenermi. Non farò finta di conoscere l’identità del piccolo violinista dorato che domina il sentiero, dirò soltanto che mi piace e che mi ha fatto compagnia. Per ammazzare la notte serve un luogo a cui appartenere. O parole sensate da far scorrere via, come l’acqua testarda del canale. Altrimenti tanto vale arrendersi a questa oscura marea e prendere sonno.
Sì, come se fosse facile. Vorrei liberarmi di qualunque aspettativa e di qualunque residuo di delusione. Ascoltare solo il Danubio, scrivere, oppure davvero, dormire di brutto.