Non c’è Venezia e non c’è nemmeno il mare

Una storia che è nata ad aprile, sotto un ciliegio. I fiori son disposti sui rami, luminosi e belli. Oltre le case e sopra il lago dove va a morire il sole, perdo tempo a immaginare quali saranno i luoghi, quali strade mi condurranno a te. Nascondo i miei pensieri su una foglia, posati come goccia di pioggia esausta dopo il temporale. Riposano, per il troppo pensare. Sento in lontananza il suono che fa il mare sul legno delle barche. Eppure questo lago non si naviga, né i fiumi nei dintorni. Devo essermi perso fra le storie da cui cercavo di scappare. Un gondoliere con le braccia tese e un remo a dargli forza contro la resistenza del canale. Un sole che al tramonto si ripara dietro i tetti delle calli, il rumore del mercato, delle gente che si mastica un boccone di pettegolezzo e lo risputa, per ingoiare meglio la malinconia. Aroma di pane, pesce fresco e poi una pizzeria. Non ci sono ancora frutti sul ciliegio. Nessuna gemma matura. Non c’è Venezia e non c’è nemmeno il mare. Ci sono solo scarabocchi su di un foglio e una visione. E una goccia, stesa su una foglia, sopra un ramo, per smetter di pensare.

Come fanno le onde del mare

Sunset in Hofn, Iceland.

Sunset in Hofn, Iceland.

A volte le persone tornano esattamente al punto a cui sarebbero dovute arrivare sin dall’inizio, se non fosse stato per qualche piccola, grande deviazione. Non tornano al punto di partenza, ché il tempo non si può riavvolgere, ma tornano comunque sul sentiero che percorrevano prima. Prima che i piani cambiassero, prima che la corrente della vita le trascinasse via, magari per inseguire un amore o un sogno. Diventano ciò che sarebbero diventate senza quella determinata deviazione, cancellano tutto della vita parallela che per un po’ hanno abitato, e tornano al loro posto. Ritrovano le persone, i luoghi, persino i gusti e le parole di prima. Di un altro passato, di quell’alternativa momentanea, non resta che un’ombra senza nome, a cui il tempo ruba i contorni molto più in fretta di quanto non si pensi. Avete presente come fanno le onde del mare con le impronte che lasciamo sulla spiaggia al tramonto? Siamo certi di essere passati di lì, ma chi potrebbe dimostrarlo? Per un attimo abbiamo pensato una vita diversa. Attimi in cui a volte si condensa il tempo di anni. Per un attimo siamo passati di lì, ma non se n’è accorto nessuno. Ne dubitiamo anche noi, a un certo punto. All’inizio cerchiamo persino di portarci dietro qualcosa, una prova, che però vola via ancora più in fretta delle nostre impronte. È sabbia secca fra le dita. Cicatrice che non ha memoria della propria lama. Siamo dov’eravamo, dove dovevamo essere. Prima di noi.

Le parole intrappolano il male

Accadeva di notte e – dicevo – mi tenevo intorno tutti gli spifferi dell’universo. Mi spiavano, mentre con una coperta sulle spalle e una tazza bollente di fianco al computer cominciavo a scrivere. Una volta. Una volta sapevo rifugiarmi dentro ai miei racconti, in notti come questa: ne avevo sempre di nuovi e tutti uguali, tutti a parlare di me, tutti attraverso gli occhi, i volti, le vicende di altri. Nomi che comparivano da soli, immagini che ne suggerivano altre, storie che mi chiamavano e mi facevano sentire scelto, per il nobile e difficile compito di dare vita al racconto, di mettere le prime parole una di fianco all’altra e far scaturire il fiume in piena degli eventi. Non inventavo niente, ero l’umile spettatore di una scena che avveniva nella mia testa e che mi limitavo a tradurre in parole e quindi in forme di carta ed inchiostro. In notti come questa, avevo le mie storie. Facevo l’alba per restare di più con loro, mi stringevo alla coperta, mi stringevo alla speranza. Scrivevo perché credevo nel futuro, nel potere delle parole di cambiarlo, di esorcizzare il male, forse persino di intrappolarlo. Le parole intrappolano il male, mi dicevo. E così anche quella schiena lontana che non si accorgeva di me, diventava un’ombra incatenata ad una scena. Al dolore veniva dato un nome. All’attesa ponevo rimedio. All’angoscia di crescere contrapponevo la luce senza tempo che illuminava il viso dei miei personaggi. Non ho mai davvero scelto. Non ho mai davvero inventato le loro vite. Arrivavano da sé, mi sentivo chiamato a guardare. Eppure mi stupivo sempre, dopo averle scritte, di quanto mi assomigliassero, come fossero scaturite dal profondo dei miei abissi, portandone con sé una traccia, una macchia indelebile, nascosta ma riconoscibile. Guardavo fuori dalla finestra e il cielo affollato di stelle diventava la meta, diventava il mare in cui affondare, sciogliersi per non ritornare. Solo il sonno mi avrebbe fatto da àncora, da campanello per ritornare.
Tutto questo era la mia vita. Dicevo: io sono le mie parole. Le mie parole intrappolano il male.
Ma non ci sono più storie che mi chiamano, sul foglio bianco resta soltanto la mia vita.
E il cielo è solo un telo nero coperto di pennellate bianche.
Un pezzo di stoffa da bruciare.

Una casa sull’albero: Il Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle

Propongo il mio nuovo articolo per la rivista online Una casa sull’albero.
Questa volta si tratta di un ricordo, ritrovato e rivissuto per caso, un pomeriggio che altrimenti sarebbe scivolato via come tanti altri, e che invece è diventato prezioso. Prezioso come il messaggio che l’arte di Niki porta con sé, fin nella propria essenza. QUI c’è la mia lettera per lei.

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325 anni luce

1705

Quella sera sono salito sull’argine del fiume perché avevo bisogno di salvarmi. Ci credi? Ascoltami. Sono uscito di casa, stavo andando alla macchina, la mia automobile nera parcheggiata proprio alla fine della strada, dove cominciavano le foglie gialle e la salita. Da lì ho deciso di non andare via: ho seguito il piccolo sentiero che conduceva in cima, ascoltando solo il rumore dell’acqua e delle suole delle mie scarpe da ginnastica sull’erba umida. C’era il fresco giusto intorno, il giusto numero di stelle, quel tanto che basta per farle sembrare infinito. Ho sorriso, ancor prima di raggiungere la sommità. Dopo l’ho fatto ancora più forte. Forse ho proprio riso, ho emesso uno strano suono che non cercava di nascondere sorpresa e eccitazione. Erano così tanti mesi che non andavo al fiume, anni che non ci andavo di notte. Avevo fatto una promessa a una persona, tempo fa, le avevo detto che saremmo andati in un posto come questo e che mi sarei fatto insegnare il modo di calcolare la distanza fra l’Orsa Maggiore e la Stella Polare. Non sono riuscito a mantenere la promessa, tanto per cambiare. Non ho sentito per tantissimo tempo il sussurro del fiume. Ma ho fatto una ricerca e ora ho tempo di provare.
La Polare può essere trovata seguendo una linea che parte dalle due stelle posteriori dell’Orsa Maggiore e prolungandola di circa cinque volte la distanza fra loro.
Circa cinque volte la distanza fra loro. Dovrebbe essere un calcolo piuttosto semplice, e poi tutto è così visibile da qui, che mi sembra tangibile. La stella dista 325 anni luce da noi. Sai quante vite ci stanno in 325 anni luce? Ci hai mai pensato? Sai quante volte si sono incontrati i nostri sguardi, si sono amati, lasciati e hanno rifatto il giro? Quanti figli avranno avuto i figli dei nostri figli prima dell’arrivo? La mia navicella stasera parte da qui, dall’argine di questo fiume, da cui si vede tutto l’Universo, ma si sente solo il profumo dell’erba bagnata e il rumore del fiume. Ecco il destino del mondo: appeso fra un filo d’erba e l’immensità dello Spazio. E noi nel mezzo, a cercare nell’assurdo un sentiero per salvarci.

When there’s no light I can follow
I look at the sky, I look at the Big Dipper
[…]
‘Cause I have so much fire here, I have much to burn,
but could I come closer, if I were cold?
Don’t say no…

#Soundtrack

“L’odore stesso che aveva un giorno il vento”

 O que o vento não levou 

Una mattina a Ratisbona, Germania.

Una mattina a Ratisbona, Germania.

No fim tu hás de ver que as coisas mais leves são as únicas
que o vento não conseguiu levar:
um estribilho antigo
um carinho no momento preciso
o folhear de um livro de poemas
o cheiro que tinha um dia o próprio vento.

/

Alla fine scoprirai che le cose più leggere son le uniche
che il vento non è riuscito a portar via
un ritornello antico
una carezza al momento giusto
lo sfogliare un libro di poesie
l’odore stesso che aveva un giorno il vento

Mário de Miranda Quintana

Ora che sono lontano

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Ora che sono lontano, che non sono neppure pensiero. Ora che non ti ho più vicino. Ora che il sogno tradisce il ricordo di un ricordo offuscato. Ora che non ti nascondi più sul mio petto, non vedi più angeli dentro il mio sguardo. Dentro casa c’è una nuova casa, dentro gli occhi nuovi occhi. E le cosce distese intorno al mio collo, le spalle scoperte nelle sere d’agosto, fanno capo ad un cuore diverso. La salsedine bacia capelli che adesso han cambiato colore. Il futuro è fanfara di festa, filo rosso di nuove alleanze. Ma la notte tradisce quel che il sole mi cela. Un sussurro sottile dal cuore. Un granello d’attesa. Il secondo che preannuncia il rientro dell’onda nel mare. Un vento che porta il tuo nome. Io che mi giro nel letto e fingo di non ricordare. Ora che sono lontano. Ora che tutto va bene.