Non abbiamo forse finito le stelle?

Ísafjörður, Iceland.

Ísafjörður, Iceland. Summer 2013.

Non abbiamo forse finito le stelle? Tutte le abbiamo viste e tutte le abbiamo contate. Quelle cadenti le abbiamo rubate, per chiedere al cielo uno scambio, un desiderio inespresso da realizzare. I segreti si confidano al silenzio, ma attraverso il silenzio noi sappiamo vedere i sentieri dell’altro: viali alberati, tronchi robusti, frutti promessi. Primavera.
Quando ti ho sussurrato all’orecchio, senza parlare, che sarei rimasto in eterno e che nient’altro riuscivo a volere, ti ho respirato sul lobo una speranza di fumo, ti ho mangiato per sbaglio un capello, forse anche un orecchino. Eran buoni i tuoi capelli e la tua pelle, così diversa dal cielo: non ho mai finito di contare le stelle che ti splendevano addosso, durante la notte. A volte tu non lo sapevi. Le trasformavo tutte con le labbra in respiri, silenzi, sentieri.

Live long and prosper

Come sono compatti i vostri corpi e che grande varietà di sensi avete. Questa cosa che chiamate linguaggio, però, è notevole: ne dipendete così tanto, ma nessuno di voi ne è del tutto padrone. Ma nonostante il linguaggio, la vostra solitudine non vi lascia un istante. Vivete tutta la vita isolati, in questo involucro così fragile, separati. Quanto siete soli… Terribilmente soli.

E a questo mondo ancora c’è chi pensa che la fantascienza debba essere un sottogenere di qualunque arte e che non sia in grado di sondare gli abissi dell’animo umano – che non sono altro che gli infiniti abissi dell’Universo, illuminati tutt’intorno da punti di luce e di fuoco e al contempo immersi nell’oscurità. Lo spazio è un luogo dell’uomo, se non altro ideale.
Incredibile. Oggi è scomparso un eroe, un personaggio che per me ha vissuto prima attraverso i racconti appassionati di mio nonno, poi, con gli anni, attraverso le pellicole ripescate dal passato, insieme a nuovi imperdibili adattamenti. È vero, parlo di personaggio, perché ben poco conoscevo di Leonard Nimoy, il grande interprete di Spock che oggi se ne è andato. Ebbene, ringrazio comunque Nimoy per aver contribuito ad accendere i miei sogni di bambino e per essere fra quei fattori per cui io dico e dirò sempre: la fantascienza può essere Letteratura. Dentro la fantascienza può celarsi uno spazio simbolico di sconfinata umanità. Nessuno mi potrà mai convincere del contrario.
Buona fortuna, comandante. Ti immaginerò sempre lassù, alla scoperta di nuove FRONTIERE.

Ci diciamo addio da sempre

Vienna.

La notte a Vienna.

Troverò sempre curiosa questa nostra sindrome – postatomica –  d’incontrarci dovunque, meno che nei luoghi dell’uomo e del mondo – e decidere – d’inseguire una luce smarrita, in stanze passate, e un’estranea cicatrice di polvere – e decidereogni tanto – di salutarci dentro un sogno indigesto, su un foglio da vendere al migliore offerente – tu sai, io so. Parole temporanee. Un funerale incredibile – lo sai, lo so. Noi ci diciamo addio da sempre.

Frontiere: SOHN

Non riesco a smettere di ascoltare SOHN. Sono circa sei ore che il suo primo album, Tremors, mi sbatte sui timpani una mistura di pattern elettronici sapientemente composti e distribuiti, in un gioco al reciproco inseguimento con una voce cristallina e delle melodie nette – e con delle finezze retrò. Non entravo tanto in simbiosi con della musica nuova da qualche anno. In realtà Tremors è un disco del 2014. Conoscevo una sola canzone di SOHN, (Lessons, la più famosa) e fino ad oggi non ho mai pensato di approfondire. Ho fatto male, anche se, per fortuna, si fa sempre in tempo a imparare. Questa era la scoperta di oggi e mi sono sentito di condividerla. Qualche appassionato di musica fra i lettori so che c’è.
Anche le liriche occupano il giusto spazio nell’insieme: domande, esclamazioni, richieste d’ascolto, riflessioni intime ripetute con ritmo e intensità, fino all’ipnosi (dell’ascoltatore, ma forse dell’artista stesso).

Ah, SOHN è inglese, ma si è stabilito e lavora a Vienna.
Coincidenze? Non credo proprio!
L’unica cosa che mi lascia un po’ dubbioso è il grande cappuccio da triste mietitore che usa nei live.
Insomma, buon ascolto!

E d’un tratto mi accorsi di non essere magnifico

Ieri mattina.

Ieri mattina.

We smoked the screen to make it what it was to be
Not to know it in my memory
And at once I knew I was not magnificent

E d’un tratto mi accorsi di non essere magnifico. D’un tratto mi accorsi di essere fallibile, battibile, dimenticabile. Sono sensazioni che con fatica si riescono a metabolizzare. Scendere sulla terra, capisci? Cadere dalla nuvola in cui sei solito abitare, per sbucciarsi le ginocchia come un qualunque essere umano. Capire di non essere magnifico, di non avere sempre ragione, di non poter salvare tutto, di non poter tenere tutto stretto nelle mani. Lasciare andare tanto, persino la memoria. Imbiancare il soffitto. Pulire il pavimento, anche sotto al letto, sotto il divano, controllare gli angoli, per essere sicuro che non sia rimasto più niente. Poi, col tempo, ammettere di aver sbagliato in un incredibile numero di casi. Si dice fare bilanci, proprio perché qualcosa va in perdita e qualcosa in guadagno. Diciamo che la mia azienda è un po’ in difficoltà, da un po’ di tempo a questa parte. La consapevolezza è un ottimo introito, ma si attende con impazienza qualcos’altro. Sarà la crisi economica. Saranno “questi cazzo di anni zero”. Che poi, quando dovrebbero finire?
Coraggio. Forse serve solo coraggio. Via. Forza e coraggio.
Anche per accorgermi di non essere magnifico. Che un conto è farselo dire da qualcuno, da una canzone, un conto è guardarsi allo specchio e soffermarsi, nel ritratto, anche sulle proprie mostruosità. Siamo nati per essere umani. E non siamo magnifici. O lo siamo, ma in modo tutto diverso dalla luce. Essa splende e basta, illumina per sua natura. Noi prima dobbiamo sconfiggere la notte, farci sanguinar le mani, vedere i nostri limiti e anche la nostra bruttezza. Ma anche per questo il nostro mattino è migliore. Non magnifico. Umano, come la vita. Scorrevole. Come l’acqua di un fiume. Semplice e trasparente, quando arriva.

Ci tiene insieme la costante verità dell’esserci attraversati talmente a fondo, da esserci lasciati un graffio perenne, che di tanto in tanto ci richiama a sé. Come a dirci: “ecco, fin quaggiù hai vissuto. Ora da’ un senso alla tua strada. E non dimenticare”. E come si fa a dimenticare? È un po’ come cancellare. E non l’ho mai capito.

#Soundtrack

Emotional Landscapes

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E mi tengo lontano dal mondo

E mi tengo lontano dal mondo, con il flusso di note che mi entra nelle orecchie. Ho deciso di farmi un regalo, di comprare qualcosa che potesse aiutarmi a godere al massimo della mia musica. Ed è come se certi brani non li avessi mai ascoltati prima. Mi serve tutto questo, nel tragitto da casa all’Università, la sera, prima di addormentarmi, quando, come ogni persona su questo pianeta, cerco di appiccicare qualche pensiero sul soffitto, sperando che il mattino dopo mi ricada sulla testa stravolto da una nuova prospettiva, da un spunto risolutivo, o soltanto rassicurante. Faccio i miei conti, ritrovo i miei stimoli, ma anche le ombre. Senza musica non saprei sopravvivere a niente. Senza fogli scritti non saprei capire la vita. E già così è ben difficoltoso. Complicatissimo. O forse talmente facile che mi sembra difficile, tanto semplice che non lo voglio vedere.
E intanto il tempo che continua a passare, i fogli a ingiallire, le stelle a formarsi, esplodere o cadere, talmente lontano da noi che viene voglia di volare, per andare a vedere lo spettacolo del tutto che si crea e che si annienta, mentre noi restiamo qui seduti, a raccontare storie ad un soffitto che non risponderà, e ad aspettare domani.

Quello che mi dà la musica, Björk lo chiamerebbe: Emotional Landscapes. E se fino alle stelle non ci possiamo volare, lasciamo ballare le note, così la vita avrà un sapore migliore.