Un noce e un dondolo bianco

Te ne stavi seduta sul dondolo bianco, sotto il noce del nonno. Ti muovevi avanti e indietro mentre i tuoi boccoli biondi e un po’ sudati ti cadevano sul viso. Avevi le mani sporche di fango e di colore, come me. Qualche traccia di terriccio sui jeans. Ti guardavi le mani, lo facevi spesso. Mi ricordo chiaramente del tuo non guardarmi negli occhi. È sempre stato come se avessi un mondo tuo in cui andavi a nasconderti di tanto in tanto, toccandoti i capelli, sfiorandoti le labbra, o guardandoti appunto le mani. Ogni tanto scuotevamo l’albero del nonno per capire se le noci erano pronte per essere mangiate. Cadevano a terra, nel periodo giusto dell’anno ne cadevano a centinaia, allora noi le raccoglievamo e cercavamo di smistarle per interi pomeriggi. Quelle acerbe, quelle non buone, finivano sulla terra umida. Se le sarebbe riprese, dicevamo. Eravamo anime piccole ma attente al ciclo della vita. Sbucciavamo le buone, le mettevamo in una ciotola. La merenda era servita. Avevi spesso una barbie sotto braccio, quelle barbie a cui di tanto in tanto tagliavo i capelli per dispetto. Non sono sempre stato simpatico, a quell’età. Forse non lo sono sempre neanche adesso, ma nemmeno tu. Eri spesso silenziosa. Come ho già detto, a volte mi sembravi altrove. Ti pettinavi i capelli, li pettinavi alle bambole, accarezzavi quel bellissimo cane nero che poi, un giorno, una macchina rossa ci ha portato via per sempre. Brutto giorno, quello. Brutto davvero. Lo ricordo ancora. Un primo assaggio di tragedia. Anche se noi la morte non sapevamo nemmeno cosa fosse, la guardavamo al di qua di un vetro antiproiettile. Appena nati. Appena tutto.
Ecco, quando parlavi, mi dicevi spesso, Michael, ma te lo immagini quando saremo grandi? Se solo ci penso mi viene il cuore in gola. Quando avremo 10 anni, madonna mia, saremo all’ultimo di elementari. E quando ne avremo 20? Oddio, forse saremo tipo sposati. E 30? Poi saremo vecchi.
A volte questi discorsi li facevi tu, a volte li facevo io. A volte li facevamo insieme, colorando con i pennarelli la sagoma stilizzata della casa in cui avremmo voluto vivere, tu col tuo principe azzurro, io con la mia Cecilia. Non so perché, ma ho sempre pensato, fin da piccolo, che dovesse chiamarsi Cecilia. Stasera mi piacerebbe parlare con quella piccola bambina dai boccoli d’oro, entrare in casa e trovarla seduta per terra a disegnare, o sul dondolo a guardarsi le mani. Vorrei avvicinare lei e il suo piccolo compagno di giochi e dire loro, Ecco come andrà. Ecco cosa sarà. Almeno fino ai ventiquattro anni. Loro forse nemmeno capirebbero. Posso scommetterci. Loro sono troppo lontani da tutto questo, nella luce accecante di chi si è appena fatto vita. Loro resterebbero lì a parlare di qualunque cosa, anche degli anni, senza davvero sapere di che cosa si tratti. Solo per parlare. Mi guarderebbero un po’ intimoriti, forse pensando che in fondo non si sta poi così male su un dondolo bianco, sotto l’albero del nonno, ad aspettare che la vita cada loro addosso come le noci dai rami. Io, adesso, ancora lo penso.

22.10.14.notte.

1414015279961Stavolta parto davvero
con un vento leggero
che mi soffia alle spalle.
Tu dormi bene il tuo sonno
dove vado lo sanno
solo le stelle.

(…)
Stavolta parto davvero
quanto vento stasera
che mi soffia alle spalle
c’è solo un’ombra sul cuore
silenziosa e leggera
ma ci dormirò.

#Soundtrack

Nel freddo blu profondo (we bought a zoo)

1413831899857Cartolina dal fondo del mare. Ci siamo comprati tutto lo Zoo, dopo esserci presi per mano. Abbiamo fatto le giravolte come i bambini, quelle giravolte a testa per aria che poi ti gira tutto, cadi, e ti sembra per la prima volta di ruotare dentro una vertigine, come fa la trottola terrestre. Sulle nostre teste avevamo l’oceano riprodotto, un’idea di oceano, diciamo. Qualcosa per cui incantarsi, un motivo per seguire la luce, e centinaia di pesci. Non è stata soltanto una gita allo Zoo di Vienna, è stata una storia, stupenda e senza colpi di scena: la vita nel proprio accadere. Cominciano a saldarsi i legami, forse non mi sento nemmeno più dispari. Il sottofondo che si espande questa sera nel fondo del mare è una canzone stupenda di Low Roar. Si intitola Give up ed è anche un po’ una poesia. Sono nel freddo blu profondo di questa storia bellissima. Nel freddo blu profondo di noi, dei miei fantasmi di ieri e della luce di oggi. La luce che arriva fino in fondo agli oceani per non farli sembrare del tutto neri. È blu profondo il colore. Blu profondo.
E questa è davvero la frontiera di un futuro irrinunciabile.

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In my worst
I’ll do my best
To make it seem
Like I am happy

Inspired by Iceland – Secret Tour of Iceland (Something to keep us dreaming)

Something to keep us dreaming about North and the beauty of life. Enjoy, the pictures and the music.

In February 2014, Inspired by Iceland launched a global search for the ‘World’s Most Intrepid Tourist’. The unique opportunity brought one winner, Jennifer Asmundson, and her friend Corina, on the Secret Tour of Iceland, a magical 7-day tour that saw them travel across the country, uncovering its best kept, most colourful and often surprising secrets as they went.

The itinerary was curated by Iceland’s 100,000 strong army of Facebook fans, who shared their Iceland secrets to make the ultimate trip for Jennifer and Corina.

Here is a glimpse in to the secrets Jennifer discovered on tour…

Find out more on http://www.inspiredbyiceland.com/

I didn’t know anything about this search, otherwise I would have surely tried to be part of this amazing trip. I wouldn’t have had any chance to win but, you know, Iceland is Iceland. Lots of people often ask me: “Hey, Michael. Why Iceland?”. And I usually find several reasons why, because I have many different reasons why. This video includes some of them, and it just made me happily nostalgic. It may seem a contradiction. But I was there, I saw some of the breathtaking landscapes, I have Icelandic friends (Icelanders are among the warmest and most welcoming people in the world), and I am definitely going back there to finish my studies. Iceland gave me so much. So, I shouldn’t be too sad. I am also having a wonderful time in Vienna, majestic beautiful city. My life is a great adventure, and bad thoughts should find their way to hell. Stay strong and love Iceland. Here’s the video:

Sull’albero con Fismoll

Vi segnalo un mio nuovo articolo. Questo mese, insieme agli amici della rivista online Una casa sull’albero, vi porto a Poznań a conoscere uno straordinario cantautore polacco. Sentirete ancora parlare di lui, intanto salite a conoscerlo, cliccando QUI.

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Ecco la sua canzone finora più famosa, Let’s play birds. Un brano che rimane impresso, un vento straniero che soffia nella testa. Buona lettura e buon ascolto!

Futuribile (Passare oltre)

Ho scritto e cancellato tre post diversi nel giro di un’ora. Vittima di un’ispirazione insipida, che però vuole soccombere alla voglia di scrivere qualcosa per questo primo mese a Vienna. Almeno una parola, era giusto spenderla, mi andava. Ma la verità è che stasera le parole sono stanche, se le è mangiate tutte Vasco Brondi, le ha trasformate in anidride carbonica mentre io lavavo i piatti. Si è allargato il buco dell’ozono per colpa di tutte le cose che abbiamo da dire, ma che non riusciamo a vomitare. Davvero stasera non so. Se non che… No, nemmeno quello.

Per festeggiare Vienna ci si aspetterebbe un’altra bella foto della città, qualche aneddoto interessante da raccontare. Almeno un elemento che non sia semplicemente il nome della città scritto nero su bianco. Ma no, non farò nemmeno quello. Del vecchio post, prima dell’alba rinnegato tre volte, lascerò soltanto il titolo. Meno le parentesi.

Se n’è già andato il primo mese. Eh, dai.