Che rumore fa il ritorno

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Come cambia il rumore del cielo fra la città e la campagna. Questa sera sono tornato a casa. L’ho capito davvero, nello sguardo indiscreto delle stelle sulla mia testa, nel giardino adiacente alla sala prove. Sono tornati gli amici, il teatro, la mia auto, la musica, le strade di campagna, il campo da tennis e il cibo di mia madre. E le stelle, che non sono le stesse in campagna e in città. Non le guardavo da settembre, dai primi giorni viennesi. Non alzavo mai la testa, non avevo tempo, e anche quando lo facevo, la voce degli astri coincideva spesso con il rumore dei clacson in lontananza, o con il chiacchiericcio della gente. Senza contare che il lenzuolo di cielo lasciato libero dai grandi palazzi è sempre troppo poco per chi è abituato ai campi aperti d’estate, il 10 agosto, e al solo rumore di grilli.
Ho ritrovato la campagna e l’ennesimo saluto davanti a un cancello. Non so ancora che sta succedendo: una parte di me ha la bruttissima sensazione di non essere nemmeno mai partita, un’altra di doversene andare di nuovo, da un momento all’altro, di esser di passaggio. La prima parte mi fa sembrare inutile e inafferrabile tutto ciò che è stato, la seconda mi ricorda che in fondo in fondo non sono più lo stesso.
Ma il mio nuovo obiettivo è vivere, cercare di aggiustare una manciata di cose, per rendere il ritorno meno difficile, ma senza pensarci troppo su. Ho pensato sempre troppo. Ho trattenuto sempre troppo, nella testa e nel petto. Ora sono qui e voglio cambiare. Cambiare tutto. Tranne quell’ora serale in cui finalmente alzare di nuovo la testa e sentire le stelle, nella loro vera lingua, nel loro sconfinato brusio. È il suono del ritorno.

Portati chi sei

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Portami il tuo mondo, che io ti porto il mio. In un ostello a Norimberga, sotto le mura, dietro cui se ne va a morire il sole. Lasciami qualcosa. Raccontami di te. Dammi un assaggio di Corea, Giappone, Ucraina, che io ti preparo un boccone di Italia, come meglio posso. Cucinare insieme, diventare amici, camminare insieme anche solo per pochi minuti e poi finire magari per fare progetti. Viaggiare fino in Asia, dove nasce il sole. E perché no? Un giorno, con il tempo e il denaro necessari, nel momento in cui dev’essere. Ho guardato anche stasera tramontare un sole arancione dietro una delle vecchie torri di Norimberga. Mi sono guardato indietro. Da qualche giorno splende sempre il sole, anche quando piove. Domani sera prendo un treno e torno a casa. Torno… Torno.

Avanti

Altes Rathaus, Bamberg, Deutschland

Altes Rathaus, Bamberg, Deutschland

Viva gli ostelli e viva gli iPad degli ostelli! Sorvolando sul fatto che il nuovo inquilino della camera 25 è un ex carcerato senza una lira e che dormirò con il portafogli in mano (se non aggiorno per troppo tempo, vi ho avvisato!), mi piace anche l’aspetto avventuroso del doversi andare a cercare una connessione, un apparecchio per pubblicare un aggiornamento decente. Un po’ come un tempo, quando bisognava prendere appunti, scrivere lettere e spedirle solo qualora si fosse trovato un modo.

Volevo solo scrivere che sto vivendo una delle esprienze più belle e potenti della mia vita. Dieci giorni a girare da cima a fondo (o quasi) la Baviera, senza programmi, con carta, penna, una macchina fotografica nello zaino, insieme a un panino, una bottiglia d’acqua e un ombrello, e tanta voglia di avventura. Bamberg è uno dei posti più belli del mondo. Il suo centro storico è patrimonio UNESCO – così come la Residenz di Würzburg visitata in mattinata – e per delle ottime ragioni! Ho respirato a pieno polmoni un’atmosfera che faccio fatica a riportare a parole. Lo stesso vale per la città veccia di Norimberga. Amore a prima vista. Libertà. Una volta tornato definitivamente troverò il tempo di mettere tutto lucidamente per iscritto. Ancora due giorni e poi di nuovo casa, di nuovo luoghi familiari, di nuovo Primavera. Sento già il rumore delle ruote della mia bicicletta, le risate degli amici. La solitudine di questo viaggio mi è stata talmente necessaria… E mi mancherà presto. Come mi mancherà questa magnifica fetta di Germania. Ma ho voglia di muovere i miei passi verso casa. Ho voglia di tornare dall’estero. Anche se quel che viene dopo mi fa un po’ paura. Smetterò presto di essere “quello che è tornato da Vienna”, “quello che aveva bisogno di scappare per un po’ in Germania”, e ritornerò semplicemente io, semplicemente al mio posto. Ma diverso. Cambiato. Irrimediabilmente. E forse guarderò il mio zaino consumato, le mie mappe, i miei scontrini, i miei appunti e i conti da fare segnati sul quaderno, per cercare di non spendere troppo… Guarderò tutto questo e vorrò prender su e ripartire, senza nemmeno pensarci, senza nemmeno avvisare.

Ma le radici vanno piantate. In tutti i sensi. Qualcosa va fatto. Come trovare il coraggio di andare finalmente avanti, ma senza spostarmi più.

Un soffio di libertà

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All’improvviso l’ho visto spuntare, dietro una roccia e una manciata di foglie. Neuschwanstein. Il ponte è stretto e un po’ persino traballante. Un gruppo di ragazzi indiani mi guarda e ride. Ci siamo già visti prima e ci siamo scambiati il favore di fotografarci a vicenda. Sappiamo già di volerlo fare anche adesso. Prendo la loro camera quasi senza chiedere e immortalo il gruppetto davanti al castello e a questa valle. Loro ricambiano, sorridono e vanno via, lasciandomi per un attimo solo con il vento, il panorama e quella favola bianca in lontananza. Ci credo che Walt Disney se ne innamorò. Il sole delle quattro è grosso e si tinge gradualmente di rosso. Io resto fermo a pensare, come se potessi rimanere immobile fino al calar della notte, senza muovere un dito. Fisso l’orizzonte. Lo zaino sulle spalle non mi pesa. Ormai sono tre giorni che viaggio senza fermarmi. Ho cambiato programma mille volte e chissà quante volte lo farò ancora. Non ho ancora molto tempo a disposizione, ma in fondo non me ne serve molto per assaporare questa libertà. Faccio respiri profondi, guardando le macchie gialle del sole sulla pietra bianchissima e sugli alberi ancora provati dall’inverno. Fa già più caldo. Mi arriva l’odore del terriccio che si stiracchia dal torpore della stagione fredda e si libera delle ultime tracce di neve. Una brezza risale dal fiume che scorre sotto i miei piedi. Sono le sensazioni che ogni anno anticipano i fiori, i fili d’erba, poi i frutti buoni da mangiare. E nuove gite al mare. No, casa non è così lontana. Mi godo questi ultimi giorni da viaggiatore senza meta. Domani lascerò Monaco. Non ho molte altre certezze.
Scrivo queste righe su un treno, sperando poi di trovare tempo e modo di accedere al computer dell’ostello e caricare queste poche parole sul blog al prezzo di due o tre monetine. Non ho nemmeno il mio portatile. Adesso che alzo lo sguardo, mi rendo conto che i ragazzi seduti davanti a me sono gli stessi delle due fotografie del pomeriggio. No, non l’abbiamo fatto apposta. Uno di loro si chiama Ganesh. Ci raccontiamo un po’ di vita in almeno tre lingue, riassumiamo i nostri passi in una manciata di minuti. Condividiamo le nostre storie, come doni portati all’altro. Spieghiamo qualcosa sulle nostre culture e il viaggio di ritorno scorre via su questi binari di pace. Ci parliamo come due amici. Ci guardiamo senza pregiudizi. Da cittadini dello stesso mondo.
Vienna ormai è alle mie spalle. È stato un addio frettoloso, ma necessario. Le parole dei romanzi di Jón Kalman Stefánsson viaggiano con me, mi accompagnano sempre come fossero una legge. Finalmente ho ritrovato anche loro. Anche ora sono qui, di fianco al taccuino e fanno silenzio, come un mare piatto che riposa, prima della prossima tempesta. Sento un brivido freddo. Dal finestrino è entrato un soffio di libertà.

Le detonazioni degli addii

18.03.15

18.03.15

P.S. Ti ricordi la tua passeggiata da solo sotto la neve, a Copenaghen? Ce l’ho avuta oggi in un parco bellissimo, dietro la biblioteca. Lo osservavo ogni giorno dal vetro, non c’ero mai stato, e pensavo “accidenti, potessi staccarmi da questi libri e saltare dalla finestra per godermi questo inizio di primavera là fuori”. Era la mia consolazione durante le pause. Lo ammiravo sempre con dispiacere. Ecco, oggi mi sono concesso quella passeggiata in quel parco. L’ho visitato oggi per la prima volta, dopo tante ore passate a guardarlo da una finestra. E nella testa è passato il mio film, la proiezione di questi sei mesi, ma anche la sensazione, nonostante tutto, di avercela fatta. È stato un piccolo attimo di perfezione.
È stata la fine che volevo. 

Lo zaino è già pronto, qui di fianco. Domani parto per Monaco. Mi lascio tutto alle spalle, mentre nello stomaco si combattono emozioni diverse, opposte, violente e contraddittorie. Non so nemmeno io come mi sento. Forse lo scoprirò più avanti. In queste ultime ore ho vissuto solo di esplosioni. Sai com’è, le detonazioni degli addii. Buonanotte, amico mio. Io torno e tu vai via, come al solito. Ma è facile per noi farci da spalla dalle strade diverse che prendiamo nel mondo. Certe persone si trovano la prima volta e poi non si perdono più.

Addio.

Wien, Wien, nur du allein
Sollst stets die Stadt meiner Träume sein!
Dort, wo die alten Häuser stehn,
Dort, wo die lieblichen Mädchen gehn!
Wien, Wien, nur du allein
Sollst stets die Stadt meiner Träume sein!
Dort, wo ich glücklich und selig bin,
Ist Wien, ist Wien, mein Wien!

Rudolf Siecyński

Prima della fine (Notturno)

Via.

Via.

Domani, per l’ultima volta, saremo io e questa città. Io e te.
In questi due giorni ho sentito tutto. Tutto quello che non sono riuscito a sentire prima.
Ho avuto davanti agli occhi ogni mio passo, per riviverlo o provare a capirlo. Mi è arrivato tutto, come un’onda anomala che ha travolto anche il mio corpo, che ne ha mostrato i sintomi.
No, non ho ancora davvero trovato le parole per descriverlo, né il tempo, né la lucidità necessaria.
Domani ho un ultimo esame da dare, unico ostacolo a una giornata che altrimenti avrei dedicato a noi due. Mercoledì non avrò tempo di dirti addio, come temevo. Fino all’ultimo mi hai messo di fronte a delle difficoltà incredibili e per questo non so ancora se ti odio o se ti amo.
Qualcosa della mia casa, delle mie strade, delle mie abitudini, dei volti, delle luci, dei profumi… qualcosa di tutto questo mi mancherà, tanto quanto ora non riesco nemmeno ad intuire. Si tratta delle cose che più sanno di libertà.
Eppure, a malincuore, devo ammetterlo. Alla luce debole di una lampada, dentro questa stanza che domani già non sarà più mia e le cui pareti ho dipinto con i sogni e gli incubi più veri, qui io devo dirlo, nonostante tutto.
Adesso, a un passo dall’incantesimo del sonno, sento solo una gran voglia di andarmene via.
L’Erasmus è finto.