“L’odore stesso che aveva un giorno il vento”

 O que o vento não levou 

Una mattina a Ratisbona, Germania.

Una mattina a Ratisbona, Germania.

No fim tu hás de ver que as coisas mais leves são as únicas
que o vento não conseguiu levar:
um estribilho antigo
um carinho no momento preciso
o folhear de um livro de poemas
o cheiro que tinha um dia o próprio vento.

/

Alla fine scoprirai che le cose più leggere son le uniche
che il vento non è riuscito a portar via
un ritornello antico
una carezza al momento giusto
lo sfogliare un libro di poesie
l’odore stesso che aveva un giorno il vento

Mário de Miranda Quintana

Ora che sono lontano

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Ora che sono lontano, che non sono neppure pensiero. Ora che non ti ho più vicino. Ora che il sogno tradisce il ricordo di un ricordo offuscato. Ora che non ti nascondi più sul mio petto, non vedi più angeli dentro il mio sguardo. Dentro casa c’è una nuova casa, dentro gli occhi nuovi occhi. E le cosce distese intorno al mio collo, le spalle scoperte nelle sere d’agosto, fanno capo ad un cuore diverso. La salsedine bacia capelli che adesso han cambiato colore. Il futuro è fanfara di festa, filo rosso di nuove alleanze. Ma la notte tradisce quel che il sole mi cela. Un sussurro sottile dal cuore. Un granello d’attesa. Il secondo che preannuncia il rientro dell’onda nel mare. Un vento che porta il tuo nome. Io che mi giro nel letto e fingo di non ricordare. Ora che sono lontano. Ora che tutto va bene.

Senza Vienna

Sui viali della Ring, un mese fa.

Ho paura che la dolce signora si sia già dimenticata di me. Temo che il respiro profondo degli ampi viali della Ring si sia disabituato al mio profumo. Un paio di spruzzate, sempre dalla stessa boccetta. La uso ormai con parsimonia, ché ho saputo che non ne producono più e a me non è rimasto altro che quella piccola boccetta. A volte lo mettevo, soprattutto nei sabati sera. Una camicia leggera, i miei jeans più carini e le mie scarpe nere lucide. Una traccia leggera di gel, che si notasse appena. Una bottiglia di vino in un sacchetto, per gli amici. Al ritorno la stessa strada, la stessa scena, ma senza bottiglia di vino e con meno persone intorno: qualche ubriaco che entra o esce dalla stazione del metrò, qualche signore sul tram, i senzatetto che dormono di fianco al Würstelstand. Stasera ho mandato in stampa le 30 fotografie più belle del mio Erasmus, perché diventino delle preziose polaroid. Mi piaceva l’idea, l’effetto vintage, la valorizzazione di certi scatti, che significa eternare certi ricordi, attimi passati dentro una vita che, adesso, da qui, stento quasi a credere ci sia stata. Ne porto i segni, anche addosso, sì: qualche scottatura che mi sono procurato ai fornelli, una cicatrice. Ne porto inoltre i segni interiori. Ma è come se mi fossi svegliato una mattina dopo un sogno profondo, con la convinzione che quei segni vengano da lì. Mi guardo stupito e mi chiedo come possano essere reali. Sì, mi sembra che qualcosa sia avvenuto, ma anche no. Sono sospeso sul filo dell’incredulità. Sono stato davvero su quei viali, in quelle notti? Sono davvero miei questi scatti? Ho davvero incontrato e amato questi volti? Ho inserito solo un paio di autoscatti nella lista, poche altre foto di persone, tutte di gruppo, eccetto una. Ho stampato una foto di te, con quel look anni ’20 che avevi messo a punto per una delle nostre prime uscite. Ci avevi accolti in un salotto semibuio, illuminato solo dalla luce tiepida e un po’ timida di una manciata di candele. Poi ho scattato quella foto, a un certo punto, e sono stato tanto ispirato e veloce che non te ne sei accorta. Ci sei tu nella penombra, rifletti, dietro una fila di candele rosse e bianche, con un rivolo di fumo che sembra accarezzarti una guancia, le lentiggini. L’ho fatta stampare in bianco e nero. Come se venissi da un’epoca diversa, come se fossi l’attrice di un film, non di una scena che ho vissuto. Che io non lo so ancora se l’ho vissuto o no. So solo che ho pensato a Vienna, ai viali della Ring, alle mie due gocce di profumo, alle mie camice fresche di lavanderia – che mi sono sempre rifiutato di imparare a stirarle – ai lampioni, al vino, alla sirena squillante dei tram, alle luci degli edifici storici bianchi di restauro, sfiorati da una regalità eterna. È passato esattamente un mese dal mio ultimo giorno. E mi chiedo se ti manco, città mia. Mi chiedo se mi pensi mai. Se nel tuo grembo ci sia davvero mai stato. Mi chiedo se mi hai scordato, o se ancora, ogni tanto, quando ti attraversa il vento, ripensi a quel ragazzo straniero che, infreddolito dentro al suo cappotto, tornava a casa sul far del giorno e ti chiedeva di cullarlo fino all’uscio, per non sentirsi troppo solo.
Tu mi manchi tanto. Ed è tutto.

Chitarre e violini

Greyfriars, Edimburgo, Scozia. Estate 2014

Greyfriars, Edimburgo, Scozia. Estate 2014

Sono fermo davanti allo Scotsman’s Lounge, con un pezzo di carta strappato da un quaderno di fogli riciclati, di quelli ruvidi, ingialliti e pieni di puntini scuri, rilegato in cartoncino marrone, stretto intorno a una cordicella. Non ho una penna, ma ho già deciso di non usare questo foglio per scriverti o parlare di te. Me lo arrotolo intorno all’indice, quasi volessi testarne la flessibilità per la prossima sigaretta, che sarebbe anche la prima: non ho mai fumato e, a quanto pare, sono l’unico qui fuori. Dal locale proviene solo un rumore ovattato di chitarra e violino. Tira un vento leggero, non è ancora buio pesto. Ogni tanto qualche boccale di birra che sbatte sull’altro e una risata ubriaca. Il vento arriva da lontano, da fuori Edimburgo, forse si fionda su di noi lanciandosi dal castello, o facendosi strada fra i viali stretti dei cimiteri. Alla mia sinistra la strada fa un gran curvone, ci sono altre luci e altre voci, altra vita danzante. Anche gli ubriachi sui marciapiedi sembrano ballare. Fuori dai locali c’è chi fuma, in una piazzola poco distante un fish&chips pone rimedio agli attacchi di fame notturna dei ragazzi che sono in giro e che magari ci resteranno fino a mattina. Più tardi ne approfitteremo anche noi. Adesso dovrei solo pensare. Ma il fumo mi circonda, insieme a quel rumore di chitarra e di violino, che in realtà è stato la principale causa della mia voglia di uscire e prendere aria, rinfrescare le membra e il cervello. Il vento tira, porta con sé una nota di muschio e di foglie già pigre, qualcosa di umido che non può che arrivare dai Greyfriars, da un punto alto in cui si scorgono i tetti della città, o forse dal terreno sotto la tomba del poeta peggiore del mondo. Devo pensare. Pensare. Me lo ripeto a intervalli regolari, mentre il piccolo pezzo di carta riciclata continua a roteare intorno al mio indice come un ballerina di danza classica intorno al proprio asse. Lo manovro con cura, come è bene che si faccia con la carta, soprattutto quella ruvida e ingiallita, quel tipo di carta che sa portare meglio il peso delle storie. Sono sempre senza penna e la carta diventa un amuleto per pensare a me. O a te. O a loro. O al viaggio. O a tutte le cose insieme. Non riuscirei nemmeno a scrivere adesso, con il cielo ancora macchiato di sole e la festa che mi cammina intorno. Edimburgo in una notte d’agosto si riempie di musicisti e si svuota di cittadini. Mi girano intorno coetanei ubriachi o custodie di chitarra e di violini. Queste entrano nei bar, tutti quelli che trovano, o quelli in cui sanno che di solito si fa musica dal vivo, e chiedono: che si fa? Suoniamo?
Che si fa? Suoniamo?
Piacere. Che ne dici?
Che sai fare? Improvvisiamo qualcosa?
Dai, prendi una birra e siedi con noi. Abbiamo una fisarmonica e un violino.
Io ho la mia chitarra.
Brindano. Poi cominciano a suonare. Qualcuno si fermerà. Qualcuno li sentirà. Forse il vento che arriva dai Greyfriars trascinerà con sé la loro manciata di note, a fine serata, sul fare del giorno, quando dovrà ritornare. Soffierà al contrario verso casa, magari intratterà le anime scozzesi, i volti sotto al muschio, con quel ricordo di festa e di vita. Penso ai chitarristi e ai marinai che salpano lontano, con una bottiglia in valigia e una mappa aperta sul timone incerto del futuro. Penso a me. Penso alle parole d’amore di quella canzone che mi hanno costretto a scappare fuori dallo Scotsman’s Lounge in una fresca notte d’estate, in mezzo al fumo e ai musicisti orfani di compagnia, dentro al cuore di Edimburgo che non dorme mai. Batte al ritmo di chitarre e violini. C’è un vento che ci tiene tutti insieme, che sa dove andare e cosa portare. Al contrario di me.

Una casa sull’albero: Le luci della centrale elettrica

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…in quella zona desertica della Corsica.

Sì, pare che sia vero. Non so ancora se ci credo, non so se me ne sono accorto, ma sono tornato dall’estero. Per festeggiare, lo scorso 26 marzo, mi sono fermato a Milano, sulla strada del rientro, per ascoltare dal vivo uno dei fenomeni più emblematici della musica italiana degli ultimi anni. Un poeta del fango di provincia e della miseria “di questi cazzo di anni zero”. Un grande interprete delle angosce di una generazione. Anche i suoi detrattori devono fare i conti con l’enorme seguito di questo cantautore, soprattutto fra i giovani, fra chi per colpa di questi anni si sente inevitabilmente più colpito e più incazzato.
A volte si parte anche per sfuggire all’Italia che fa da sfondo alle storie personali di Vasco Brondi (a.k.a. Le luci della centrale elettrica). A volte dall’Italia si scappa. A volte si assiste a una tale distorsione del senso di giustizia e di democrazia che si arriva a sperare che sia un incubo e a volare via, in un paese lontano, nella speranza di risvegliarsi.
A volte.
A volte invece si ritorna dall’estero. Si portano storie e ricordi, fotografie di una parentesi di libertà. L’Erasmus non è la vita vera. In un ostello in Germania un ragazzo rumeno mi ha detto “Ah, vieni dall’Italia. Bel posto, quello. Mica come questa merda”. Mi ha colpito. La Germania, nei miei occhi di turista, si è rivelata un luogo di grande fascino e bellezza. Per lui la Germania era una merda. Ho cercato di fargli capire cosa pensavo della mia Italia, ma il suo mito non sono riuscito ad abbatterlo; la sua fidanzata si è trasferita a Torino e ha trovato subito un lavoro, vive bene, se la cava, e lo aspetta. Lo aspetta lì, sotto la Mole Antonelliana, con la pancia stranamente più gonfia del solito e gli occhi pieni di futuro. Ognuno scappa da qualcosa, ognuno se ne va e ritorna e costruisce i propri paradisi personali. Per loro era l’Italia. Per me è stata prima l’Austria, poi la Germania, ma in fondo nessuna delle due.
Tutto questo per parlare del fatto che adesso sono qui e che qualcosa dovrò fare. Prima però, come sempre, mettiamo su un disco.

Questa è la mia recensione del concerto de Le luci della centrale elettrica al Circolo Magnolia di Segrate (MI), per Una casa sull’albero. Si parla di musica e di terremoti interiori. Se vi va, CLICCATE QUI.

Che rumore fa il ritorno

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Home.

Come cambia il rumore del cielo fra la città e la campagna. Questa sera sono tornato a casa. L’ho capito davvero, nello sguardo indiscreto delle stelle sulla mia testa, nel giardino adiacente alla sala prove. Sono tornati gli amici, il teatro, la mia auto, la musica, le strade di campagna, il campo da tennis e il cibo di mia madre. E le stelle, che non sono le stesse in campagna e in città. Non le guardavo da settembre, dai primi giorni viennesi. Non alzavo mai la testa, non avevo tempo, e anche quando lo facevo, la voce degli astri coincideva spesso con il rumore dei clacson in lontananza, o con il chiacchiericcio della gente. Senza contare che il lenzuolo di cielo lasciato libero dai grandi palazzi è sempre troppo poco per chi è abituato ai campi aperti d’estate, il 10 agosto, e al solo rumore di grilli.
Ho ritrovato la campagna e l’ennesimo saluto davanti a un cancello. Non so ancora che sta succedendo: una parte di me ha la bruttissima sensazione di non essere nemmeno mai partita, un’altra di doversene andare di nuovo, da un momento all’altro, di esser di passaggio. La prima parte mi fa sembrare inutile e inafferrabile tutto ciò che è stato, la seconda mi ricorda che in fondo in fondo non sono più lo stesso.
Ma il mio nuovo obiettivo è vivere, cercare di aggiustare una manciata di cose, per rendere il ritorno meno difficile, ma senza pensarci troppo su. Ho pensato sempre troppo. Ho trattenuto sempre troppo, nella testa e nel petto. Ora sono qui e voglio cambiare. Cambiare tutto. Tranne quell’ora serale in cui finalmente alzare di nuovo la testa e sentire le stelle, nella loro vera lingua, nel loro sconfinato brusio. È il suono del ritorno.