Tempo di tornare

Westbahnhof, Wien.

Westbahnhof, Wien.

Una volta il silenzio di certe sere spente finiva versato in una tazza di caffè. Si apriva il quaderno subito dopo, casualmente sulla pagina ancora bianca. Persino l’odore del legno antico di questo tavolo mi aiutava a costruire un mondo, così lontano da qui. E ora invece riprendere discorsi silenti con me stesso che si erano interrotti mesi fa, affacciati a una finestra, su una via secondaria di Vienna, esposti al vento freddo dell’inverno.
Quante volte ho messo in discussione questo posto, il senso e l’obiettivo di questo luogo virtuale. Troppe, ultimamente. Vivere nella consapevolezza che sia necessario cambiare, se non lo fa la vita per te. Rendersi conto che tutto comincia, ha una propria durata e una conclusione. Riconoscere le stagioni della vita. Ho fatto spesso molta fatica su questo punto, complice il mio odio per qualunque cambiamento. Mi vanto di essere riuscito a fare i conti con il cambiamento negli ultimi anni, di averlo accettato e anzi di aver imparato ad accoglierlo sempre a braccia aperte. Penso che sia vero solo in parte. Non temo il cambiamento perché faccio sempre in modo di non avere nulla da perdere. Niente mi finisce mai abbastanza sotto pelle perché io possa avere paura di vederlo cambiare. Non permetto a niente e nessuno di raggiungermi. Non rischio mai del tutto. E l’immobilità mi blocca la penna, mi chiude le copertine dei romanzi dopo quattro pagine e mi blocca anche la macchina del caffè. Ciò che resta lo sa dire la notte, scaltra osservatrice sempre vestita di seta, così tanto distratta ultimamente. Così fredda e regale. Forse ti amo più di qualunque altra cosa al mondo. Amo la tua incostanza e i tuoi riflessi di perla, i sogni che mi soffi nelle orecchie e quelli che mi strappi dalla mente a forza. Li porti via con te, da qualche parte dopo l’orizzonte. Tornerai domani senza di loro e saprò che li avrai depositati in un luogo sicuro. Là dove fanno meno paura, ma dove non possono nemmeno trovare risposta o soluzione. Osservi questo mio niente senza meta e lo nascondi nel tuo oscuro mantello che già contiene minuscole sfumature d’inverno. I miei occhi però restano fissi sul soffitto, insieme alla penna, insieme alle copertine chiuse dei romanzi. Sei solo una splendida culla per la mia mente che vaga senza via d’uscita. E sono di nuovo in Islanda. E sono di nuovo affacciato a quella finestra di Vienna. E sono di nuovo nei labirinti dell’indecisione e della nostalgia. Forse dovrei davvero smetterla. Andare via da qui, tornare finalmente dall’Islanda, chiudere quella finestra di Vienna, prendere i bagagli e uscire di casa lasciando le chiavi sulla mensola. Insomma, forse dovrei imparare a tornare. Prima di tutto a me stesso. Ritrovare il filo della storia, la pagina bianca ancora da scrivere, l’entusiasmo che creò thewanderer, il coraggio di rischiare, di sbagliare, di sembrare ridicolo, di ferirmi profondamente e di far male. Che la cosa più immobile è il mio sangue: non lo lascio circolare, tanta è la paura di vederlo fuoriuscire.

Un bel rumore

La pioggia fitta e sottile che mi batte sul giubbotto. La macchina parcheggiata in uno spiazzo, sulla strada, poco lontano. C’è l’odore dell’acqua che rigenera le foglie e le vite. La senti quanto è forte la tua assenza? Urla senza sapere che sono sordo. Morde senza sapere che sono vento. Lecca senza sapere che non ho più sapore. Mi immergo nella distesa verde, sul muschio e nelle colline intorno ai miei occhi, nel flusso di quella cascata che intravedo lontana: un freddo vapore si posa sulla punta del naso, piccole gocce di niente e di tutto. Penso che dentro ogni goccia si nasconda un altro universo, o molti di più. In realtà non penso più, non in questi momenti. Non quando mi trovo al centro del tornado. Rompo lo schema delle gocce con la punta del mio dito. Ci sono, sono dentro ai miei polmoni, immerso fino al collo, ma con lo sguardo ancora sollevato verso il cielo. Shhh… Cerca di fermarti ad ascoltare. Ti senti? Un suono di luce trapassa le nubi e mi ridice che non ci sei. Shhh… Ma non ti senti? Non ti ho mai perso. Te lo sussurro, anche se tu non lo sai. Per questo la tua assenza non fa male, non mi sente e non la sento, non mi morde e non mi spacca il cuore. Come posso confessarle che non c’è mai stata? Se se ne accorgesse sfumerebbe via, come una macchia di colore. Come un rivolo di fumo, come onda di mare. La tua assenza è un’onda di mare glaciale, schiuma bianca sulla costa islandese. Dimentica se stessa prima ancora di potermi raggiungere e toccare. Non mi avrà mai, ma si illude e ha un bel rumore. Shhh… Ascolta. In fondo è solo mare. Un bel rumore.

All’alba la sua sagoma e un violino

Era una canzone da cantare da solo ogni mattina. Era rimasta come un avanzo di alba fra i denti. E il violino di suo nonno, che faceva risuonare seduta sulla pietra a sinistra della piccola casa, costruiva sentieri colorati dalle punte dei piedi fino al limitare del cielo. Chiedevano soltanto di essere percorsi. Le stelle erano state cancellate con la gomma dal tocco morbido di Dio, o forse dallo scorrere del palmo della sua mano, come succede sui bicchieri di plastica, quando si tenta di scrivere un nome senza pennarello indelebile. Le stelle avrebbero ritentato la notte successiva, e avrebbero fallito come sempre. Il sole si ostina a sorgere anche sui laghi più neri. Davanti alla casa il lago conteneva alghe azzurro scuro e le sagome degli alberi e delle nuvole a volte creavano forme mitologiche, come ad esempio un bambino ancora nudo fra le braccia della madre. O un cavallo bianco libero, sulla brughiera. Ogni mattina si alzava e la immaginava seduta sulla pietra, fuori casa, a suonare il violino di suo nonno e a sussurrare una canzone. Ogni mattina borbottava qualche nota, mascherandola con un colpo di tosse. Era lei che passava di lì, sul carro del sole lanciava un’occhiata di perla. Era una canzone che intonava da solo ogni mattina. Dopo la mano di Dio sulle stelle. Dopo il lungo tormento della notte del Nord. E se vedeva l’aurora dalla sedia in cucina cantava tutta la canzone, senza paura di essere sentito. Solo i fantasmi ascoltano nelle notti d’aurora. Solo i nostri morti marciano sul cielo per darci in dono un altro addio.

Tu vedi nell’amore la luce di una candela

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Tu vedi nell’amore la luce di una candela, di quelle candele accese che metti sul balcone nelle sere d’estate, mentre intorno accade la vita quotidiana delle anime, i nostri sguardi che si sfuggono per ritrovarsi. Vuoi partire. Partire verso Nord, senza paura del vento e del grande ghiacciaio. Senza paura della tempesta. Lo sai anche tu che ogni viaggio è mosso dall’amore. Un amore ugualmente potente verso l’orizzonte e verso noi stessi, verso ciò che potremmo essere facendo un tuffo nel blu. La notte passerà anche se saremo lontani da casa, anche se saremo lontani. La notte passerà comunque, passerà sempre, come ha sempre fatto. Non avere paura della notte, è solo il timore prima del viaggio, l’istante in cui si tende verso il basso prima di spiccare il volo e non tornare più. Dammi la mano: spegniamo le candele. Dammi la mano: andiamo a dormire. Facciamo l’amore. Aiutiamo questa notte a passare, prima di partire.

L’arrivo in Islanda

Mi ricordo ancora l’atterraggio a Keflavík, il tentativo di guardare fuori, di vedere il profilo dell’Islanda nel crepuscolo della notte estiva e di fissarlo poi nella memoria per sempre. Sull’autobus verso il centro, tenere il naso appiccicato al vetro della vettura, con la curiosità del bambino, per vedere la linea rossa del sole che non tramontava. Erano le due di notte, ma sembrava quell’ora della sera in cui si alza il vento, l’aria si rinfresca e il sole comincia a salutare. Non sarebbe sceso più in giù di così, anzi, sarebbe risalito facendomi risvegliare di soprassalto, poche ore dopo, nella stanzetta colorata di un ostello, su una traversa della via principale di Reykjavík. Vedere le casette di lamiera colorata nella luce blu, il Tjörnin addormentato, accovacciato nella notte incerta insieme ai suoi gabbiani; mi ricordo i sussulti del cuore, la meraviglia del pensiero. Ricordo ogni singolo brivido che mi ha attraversato la pelle entrando nella capitale. Scesi dall’autobus, trasportai la mia pesante valigia nell’ostello, mi avvolse la consapevolezza che per il mese successivo l’Islanda sarebbe stata la mia casa. Un mese tanto bello da sembrare un giorno. Una distanza tanto grande, ora, da sembrare invece infinita. Mi coricai dopo aver spedito a casa messaggi di rassicurazione. Non so come riuscii ad addormentarmi, come riuscii a placare l’entusiasmo, il respiro affannoso, la sensazione profonda di essere finalmente arrivato. Finalmente nel luogo sognato. Finalmente coi piedi piantati sul mio Nord. Finalmente a casa. Perché non avevo il minimo dubbio di ciò che avrei trovato, non avevo paura che il sogno s’infrangesse sugli scogli dell’esperienza reale. E infatti non fu così. Per questo mi manca ogni giorno. Ci penso ogni giorno. E spero, ogni giorno, che si avvicini il momento di tornare a casa.
Find your North.

Il bellissimo video proposto oggi è il frutto del viaggio di Lea et Nicolas Features nella terra del ghiaccio e del fuoco: una prospettiva (finalmente) diversa dai soliti campi lunghi, un racconto fatto di frammenti, ritagli, ricordi personali di un viaggio vissuto davvero e profondamente. “Everything makes sense now”.

Damien o un girasole

È già un nuovo giorno sulla collina. Damien sbatte la porta di legno per uscire in giardino a raccogliere un secchio di acqua dal pozzo. Albeggia lontano. Si guarda le mani, gli si macchiano di rosso. È il sole che saluta, che accarezza i fili d’erba e la vita. Damien sa di non essere pronto. Ma quando si può dire di essere pronti?, si domanda sulla porta, rientrando. Nessuno al mondo è mai stato pronto, forse solo i santi o i diavoli, ché l’estremità del bene per certi aspetti è tanto vicina a quella del male, come due punti su un cerchio, equidistanti dalla vita che scorre. Scorre come il fiume vicino alla casa, come l’acqua sui tizzoni ancora incandescenti della notte prima. Damien mette su un disco, con un’occhiata veloce si ricorda di quel libro di Tolstoj impolverato sulla credenza che deve ancora terminare di leggere, poi pensa a Van Gogh, al modo in cui avrebbe ritratto questa mattina e il rossetto rosso che si è passata sulla linea dell’orizzonte, come fosse l’incontro di due labbra carnose e affamate di un pezzo di mondo che per troppe ore si è concesso alle tenebre. Damien – sente la voce di sua madre – Damien, portami un fiore. Portami un bel girasole.
Non ci sono girasoli in giardino, non ce ne sono più. Sono appassiti, hanno abbassato la testa, per l’arroganza di quest’autunno ventoso e prepotente. Pulisce dalla cenere il camino, si prepara ad accendere un altro fuoco. Pensa a Van Gogh e si chiede come avrebbe disegnato quel fuoco, le sua fiamme, le sue punte sfuggenti e rapidamente ritratte, quasi come le onde del mare, solo più lucenti e affilate. L’acqua e il fuoco, come il bene e il male, per certi aspetti si somigliano. Come due punti su un cerchio. Il rossetto rosso dell’alba ha iniziato a sbavare e a macchiare tutta la tela del cielo. Damien decide di guardare fuori, dopo aver lasciato un bricco di acqua a scaldare. Quest’alba si meriterebbe un degno pittore, un Van Gogh personale, che la vedesse e se ne innamorasse, ritraendone l’essenza sulla tela. Quest’alba meriterebbe di essere vissuta. Sei pronto, Damien? – sente la voce di sua madre – Portami un bel girasole!
Non c’è più nessun girasole, mamma. Solo un disco che gira sul piatto senza emettere note. Un fuoco fragile e senza più spade. Un alba di labbra sbavate. Non sono pronto. Non sono pronto a venire. C’è un uomo solo che guarda il cielo inondarsi di luce e che vorrebbe tornare a dormire.