18.09.14

Andarsene da qui, una missione per cambiare e per imparare. Chissà se le nuvole austriache prenderanno forme diverse, magari più aguzze. Per molti il tedesco è duro, quasi insopportabile. A volte anche per chi prova a parlarlo. Mi metto in spalla le valigie stanotte e vado via. 18.09.14. Padre, madre, il viso di mia nonna in lacrime. Sei mesi non sono poi tanti, ma sono un tempo vastissimo per chi aspetta, per chi non vuole, per chi non c’è abituato. Bisogna pensare soprattutto al significato del viaggio, al fatto che è da un anno esatto che sto pensando di partire, da quando ho iniziato a rendermi conto di aver vissuto due vite. Sul ciglio di un marciapiede ho pensato a me stesso, e stasera sul ciglio di quello stesso marciapiede, in piena notte, mi accorgo del cambiamento, provo a guardarmi al di fuori di me, provo a osservarmi. Come sono diversi i miei occhi, più sicuri e più freddi. Com’è facile adesso, e difficile, allo stesso tempo. Il coronamento di questa mia seconda vita (e chissà quante ancora sarò destinato a viverne) doveva essere il viaggio che adesso mi aspetta a braccia aperte. Ci siamo. È tempo per noi di andare via. 18.09.14.
Credevo che non ce l’avrei mai fatta, che non avrei avuto abbastanza coraggio. E invece il coraggio mi è mancato in tante cose, meno che in questa. Dovevo chiudere una manciata di conti e non ne ho chiuso nessuno. Si chiuderanno da soli, mentre sarò via. Adesso non vi devo più nulla. Da domani devo solo a me stesso. Da domani non venitemi a cercare. Non mi interessa più la linea del tempo. Dietro di me non c’è più niente. Davanti a me si scorge solo una bellissima alba. Ciao Italia, ciao paese, ciao alle facce, e a tutto il tempo bruciato che non ricorderò di aver vissuto. 18.09.14

Chiudo gli occhi e sento di già
che la stagione mia si innova.
Un soffio caldo che va,
un sogno caldo che va.

A Vienna non ce l’hanno il mare

Chi sarà il primo di noi a interrompere questo sconfinato silenzio? Le onde del mare di notte emanano tutto il calore che hanno raccolto, come un frutto prezioso da tenere da parte, per far passare l’inverno. Chi sarà il primo di noi a lasciare queste sponde per inseguire le luci infinite che illuminano il punto di sutura fra il cielo nero e le onde? Siamo seduti e respiriamo, ognuno guarda dalla propria parte, si contente l’ultima parola. L’ultima voce che sentirà il mare questa notte è la nostra. E questo è l’ultimo mare che vedrò. “A Vienna non ce l’avrai mica il mare”, si mette a dire uno di noi. Io prendo ancora un respiro profondo, mi riempio i polmoni di salsedine e di vento. Annuisco e sorrido: Umberto ha ragione, a Vienna non ce l’hanno mica il mare… E come si vedono bene le stelle da qui. E come ci si sente vivi.

Una sera ho pensato di passeggiare

Nonostante la mia giovane età ho camminato a piedi su moltissime strade, in parti diverse del mondo. Ho sentito i suoni e gli odori che sgattaiolavano fuori dalle case e mi si presentavano davanti come una meravigliosa cartolina di benvenuto per ogni posto nuovo. Ho analizzato le strade, i lampioni, le insegne intermittenti, o nuove, o quasi spente, le statue nei giardini, i fiori, gli animali, negli stessi giardini. Le persone che dietro i cancelli si prendono cura del loro piccolo spazio di mondo. E le scritte sui muri, per non parlare poi delle panchine e dei resti di serate in scontrini e vetri vuoti, il rumore degli alberi, le farfalle curiose, gli argini dei fiumi. Ho conosciuto svariate storie e per quelle che non ho conosciuto ne ho inventate altrettante, sulle strade del mondo. Eppure, prima di partire, mi sono preso il tempo per camminare lungo le vie della mia città natale. Mi sono accorto solo allora che non l’avevo mai fatto davvero. Non vivo in una bella città, eppure camminando dal centro a casa mia, ho avuto tempo e attenzione sufficienti per rendermi conto di essermi fatto sfuggire mille vite, mille angoli da guardare, odori e forme da indovinare. Ho lasciato dei brandelli di umanità nell’ombra, per la fretta e la noncuranza che governano il quotidiano di molti. È così che, nella luce della sera, insieme ai pensieri assordanti, alle paure e alle speranze, ho potuto scattare le fotografie immaginarie di mondi già presenti, eppure mai esplorati. Mi sono messo in tasca tutte le luci che ho scorto al di là delle finestre e quelle vite intuite, forse riunite intorno a un tavolo o su in divano sformato, o su un letto a riposare e far l’amore. Tutte quelle luci non le avevo mai viste. Sono luci qualunque, di cui nessuno parlerebbe mai, i puntini luminosi delle vite comuni. Sono le storie che non ho mai scorto, perché non ho mai passeggiato, perché non ho mai fatto davvero attenzione.

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Sui viali di settembre, le loro vite e la mia

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È così che il sentiero cominciato insieme si separa anche da me. Oggi mi volto e lo lascio continuare. Mentre guido sui viali di Imola che mi regalano carezze di foglie ingiallite, cedo al futuro e al bisogno di andare. Era l’ultima cosa importante, perché l’esame di domani non vale niente a confronto con loro. C’è chi è arrivato bambino e ora ha la voce di un uomo. C’è chi si è affacciato da poco. Ci sono degli amici che sapranno aver cura di loro. Mi sono preso qualche minuto per pensare alla storia incredibile che insieme abbiamo scritto, cercando di evitarti, ma non riuscendo a non includerti, nel racconto di un viaggio che continuerà anche senza di noi. Ora davvero sono cresciuti, davvero camminano soli. E tutta l’anima che avevo da dare l’ho lasciata in quell’abbraccio collettivo, un po’ bagnato per i secchi d’acqua che ci siamo lanciati per combattere il caldo di questa domenica anomala. È l’ultimo saluto di un’estate strana. E una mano tesa per non perderli mai, nemmeno da lontano. Nella luce del sole li ho guardati tutti negli occhi, credendo nelle loro vite. Quattro anni volati giù dal cielo come grandine improvvisa, quattro anni e mille ere che in realtà ci hanno cambiati. Ho avuto anche una visione del futuro. E sono riuscito a sorridere. Lascio infine quel sentiero a cui avevamo dato vita insieme. È di nuovo settembre, ma gli anni mi si confondono nella mente. I viali di Imola mi danno il loro “arrivederci” con delle sparpagliate carezze di foglie ingiallite. Io, tutto sommato, riesco ancora a sorridere.
Possano questi lampi illuminare la fine
Arriverà un altro ciclione, forse ci lascerà stare.

Vivo. Finalmente vivo.

Questa notte non voglio dormire. Ho visto le stelle e le ho potute toccare. Ho alzato gli occhi al cielo, a un certo punto, alla ricerca di un segnale, mentre una voce risuonava nel verde e si chiedeva quale senso avesse questo vivere. Per un attimo Ti ho sentito di nuovo. Erano anni che non accadeva. Lo so, che suona ridicolo. E so esattamente quanti sono questi anni. L’ho sentita tutta d’un tratto, la distanza di tempo e di spazio che mi separava da quell’ultima volta. È stato come se la vita fosse improvvisamente tornata dentro di me, tutta insieme, tanto da farmi commuovere, tanto da farmi sussultare il cuore. Come se fossi tornato vivo. E cos’è bastato? Poche parole dette ad alta voce, dichiarate al cielo della notte settembrina, una musica dolce, tutti gli amici riuniti, tutti intorno ad ascoltare. Quei volti che ricorderò ogni giorno, che ricorderei comunque, anche se il mio viaggio durasse poche ore. Perché sono gli amici che ho scelto, che ho abbracciato, che mi hanno cambiato. Sono le persone che mi hanno fatto rivedere le stelle, senza nemmeno saperlo. Ho alzato gli occhi al cielo, mentre tutti erano lì, qualcuno persino commosso, qualcuno intristito, qualcuno entusiasta. E di nuovo Ti ho sentito. Nella luce delle stelle che adesso non mi fa dormire. Dopo un tempo che mi sembrava infinito, nell’aria fresca di questo sabato sera, mi sono ricordato di essere vivo. Ma avevo quasi smesso di aspettare.
Ho salutato quei volti stringendoli uno ad uno, e la gioia e il senso di una vita condivisa mi hanno raggiunto come un fulmine nel buio. Tutti questi anni ora pesano, ma senza affaticare il cuore, anzi, lo colmano per rafforzarlo.
Parlavo a lei di quel ragazzino perduto che viveva nella luce, di quel ragazzino smarrito. Per un attimo, stasera, ha abitato di nuovo i miei occhi. Era atterrito dall’infinito, felicemente sconfitto dalla grandezza del cielo. Ha visto le stelle, per la prima volta dopo tanto tempo ha risentito il suo cuore. Come se avesse ripreso a battere.
Ma lui aveva quasi smesso di aspettare.

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E ci sentiamo ancora come i quattro amici al bar

E mia nonna che mi chiede esattamente quando tornerò dall’estero, che mi chiede perché io debba andarmene così lontano. Quella piccola testa bianca che mi ha raccontato la guerra, che odia il tedesco e odia il fatto che voglia andare a impararlo, lei non capisce perché qualcuno debba sentire il desiderio di partire. Ogni volta che la incontro me lo richiede, perché si dimentica. Ogni volta che le rispondo “torno fra sei mesi”, i suoi occhi grigi si spalancano come non hanno fatto mai e un po’ si preoccupano. Insiste perché vada a salutarla prima di partire e solo lei, nella sua senile ingenuità, sembra aver capito quanto questo viaggio sia molto più di quel che sembra. Sa che tornerò cambiato. Sa che sarà la mia ricerca, la mia pagina nuova. Quella piccola donna che mi raccontava della guerra, e di nonno, dei suoi viaggi a piedi per tornare da lei, dai suoi figli, nella sua bella Romagna, dopo mesi spesi a pelare patate, a imprecare in dialetto dopo i colpi sulla testa.
Mi ricorda un pomeriggio d’autunno di un anno fa, le lacrime che ho visto versare a quella vecchia signora di una gentilezza disarmante, forte come la sua terra, che non aveva ancora mai smesso di chiamarmi ‘il forestiero’, che si teneva negli occhi una piccola speranza.
Attraversiamo le strade di questa provincia, andando e tornando come viaggiatori fradici di idee, cercando qualcosa che ci spaventa ogni volta che ci sembra più vicina, e ci sentiamo ancora come i quattro amici al bar di quella bellissima canzone. Saltiamo nelle pozzanghere e ci diamo da fare. Guardiamo piovere sui campi e sulle strade sterrate. Guardiamo i vecchi davanti ai cantieri, le nonne invecchiare. Affidiamo a qualche bottiglia di vino le serate più importanti. E la smetteremo poi di essere giovani, un giorno per caso, senza nemmeno rendercene conto. Avremo forse già un impiego in banca, una donna impaziente, e una luce diversa negli occhi. Un po’ più scura.
E ha capito che tutto andava bene e che poteva partire
E ha capito che tutto andava male e che poteva partire

 

Camera con vista su mare astrale

Ancora un soffitto di vento, su cui nuotano i pensieri, trascinati come nuvole su un mare astrale. Hai sentito la tormenta? Dio, ci ha sbattutto gli scuroni sopra i vetri, sopra quei vetri da cui noi sopportavamo un altro inverno. Vieni a muovermi le palpebre, che sono fisse sulle nuvole, nel vento, verso un mare astrale. Sono pensieri di bianca verità, pura e semplice, che passa e mi lascia una carezza. La valigia mi aspetta. La valigia mi tenta. Di notte mi sento solo pensare. E scrivo. Di notte, se ti sento pensare, ti scrivo.
Chiudo il cielo e vado a dormire; domani non farà male. Le farfalle le ho lanciate sulle nuvole, le ho lasciate andare. Solo un soffitto di vento. Verso un mare astrale.

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