Est.

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Un gelido inverno. Una stanchezza incredibile. La giornata si è lasciata trascorrere con tante ore di sonno scomodo sul sedile di un autobus, la visita a un’antica birreria (davvero antica, davvero bella), e un primo assaggio di Polonia. Qualche strada l’abbiamo percorsa per raggiungere il primo ristorante, e poi la festa. Per ora Cracovia ci ha lasciato soltanto sbirciare, forte della complicità della notte. Eppure sembra speciale. Ha qualcosa di alieno addosso. Si sente che siamo più lontani dalla nostra idea di Europa. Una bevanda calda e una doccia che lo sia altrettanto. Poi a dormire. Domani ci saranno le presentazioni ufficiali e bisogna essere pronti. Non tocco un vero cuscino da trentanove ore.

È solo l’inverno a Cracovia

Questa notte prendo un autobus che mi porta a Cracovia. Sarà una notte strana, anche solo per il semplice fatto che sto già cercando di dormire. Di solito non chiudo mai gli occhi prima delle tre, quando decido di andare a letto presto. Di Cracovia non so niente. Ogni tanto l’ho trovata sui libri di Storia, distrattamente, o l’ho sentita menzionare in una canzone, o alla tv, associata a un vecchio Papa buono che sembra aver cambiato il destino recente della propria Chiesa. La giornata è stata strana come questa notte: nella mia piccola stradina di Vienna la luce era quella di un’eclissi. Temevo che il sole fosse tramontato in anticipo, anzi forse ci speravo. Speravo che l’avesse fatto per costringermi a dormire. Il vento soffiava forte, alzava foglie e spazzatura e, come sempre quando succede, ho pensato alla fine del mondo. Chissà perché, ho sempre immaginato che dovrebbe esserci un sacco di vento, o di pioggia. Ma più di vento. Immagino che la mia fantasia lo trovi più epico. C’era anche molto silenzio, oggi pomeriggio, tutto mi sembrava più fermo.
E invece era solo l’inverno, che mostrava il suo vero volto come un pellegrino che alza il cappuccio. Pigro, scorbutico, imprevedibile, pallido. Benvenuto caro inverno. Non so ancora che giacca metterò in valigia per affrontarti, ma so che fra poche ore sarai la principale minaccia fra me e questa partenza. 5.30 del mattino del 30 ottobre 2014. Di Cracovia non so niente, ma saprò qualcosa. Il taccuino è pronto e anche la penna. È un’altra piccola avventura che comincia.
Non sapendo nulla e non avendo documenti, allego una foto gentilmente fornitami da Google Immagini. Spero di tornare con un qualcosa mio, come succede ogni volta che parto. Il viaggio, seppur breve, deve guardarci (guidarci) dentro.

Natale, libri e festa nazionale.

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Mi sono svegliato. Dove sono andati tutti? C’è sempre un po’ di solitudine a graffiare le pareti, alla fine della festa. L’inverno a Vienna è arrivato tutto d’un tratto, nel giro di una notte di tempesta: vento, pioggia, rumore, foglie svolazzanti, pensieri ingombranti. Si stanno già attrezzando, da tutte le parti, per gli stupendi mercatini di Natale e tutto il resto, per le luci e le attrazioni. Le carrozze con i cavalli, i gioielli commestibili di pasticceria. Sarà straordinario essere qui a Natale. Sarà un’altra faccia di Vienna, candida e dolce. Ci sarà qualche turista in più fra la strada di casa e la biblioteca. Poco male, facce nuove, accenti familiari a cui si cerca sempre si sfuggire. Non mi vergogno di essere italiano, non sempre, ma se sono venuto fin qua è perché volevo sparire. Oggi è stata festa nazionale. C’era la parata in centro, festeggiamenti, altro cibo, altri costumi, colori. Si sarebbe potuto andare fuori e passeggare. Si sarebbero potute scattare tante foto, scrivere un racconto. Il problema è che io non sono uscito nemmeno in balcone, per ricordarmi di respirare. Questa lingua è un mostro, una catena al collo. Vedremo chi l’avrà vinta. Vedremo se almeno il tedesco lo saprò addomesticare.

Un noce e un dondolo bianco

Te ne stavi seduta sul dondolo bianco, sotto il noce del nonno. Ti muovevi avanti e indietro mentre i tuoi boccoli biondi e un po’ sudati ti cadevano sul viso. Avevi le mani sporche di fango e di colore, come me. Qualche traccia di terriccio sui jeans. Ti guardavi le mani, lo facevi spesso. Mi ricordo chiaramente del tuo non guardarmi negli occhi. È sempre stato come se avessi un mondo tuo in cui andavi a nasconderti di tanto in tanto, toccandoti i capelli, sfiorandoti le labbra, o guardandoti appunto le mani. Ogni tanto scuotevamo l’albero del nonno per capire se le noci erano pronte per essere mangiate. Cadevano a terra, nel periodo giusto dell’anno ne cadevano a centinaia, allora noi le raccoglievamo e cercavamo di smistarle per interi pomeriggi. Quelle acerbe, quelle non buone, finivano sulla terra umida. Se le sarebbe riprese, dicevamo. Eravamo anime piccole ma attente al ciclo della vita. Sbucciavamo le buone, le mettevamo in una ciotola. La merenda era servita. Avevi spesso una barbie sotto braccio, quelle barbie a cui di tanto in tanto tagliavo i capelli per dispetto. Non sono sempre stato simpatico, a quell’età. Forse non lo sono sempre neanche adesso, ma nemmeno tu. Eri spesso silenziosa. Come ho già detto, a volte mi sembravi altrove. Ti pettinavi i capelli, li pettinavi alle bambole, accarezzavi quel bellissimo cane nero che poi, un giorno, una macchina rossa ci ha portato via per sempre. Brutto giorno, quello. Brutto davvero. Lo ricordo ancora. Un primo assaggio di tragedia. Anche se noi la morte non sapevamo nemmeno cosa fosse, la guardavamo al di qua di un vetro antiproiettile. Appena nati. Appena tutto.
Ecco, quando parlavi, mi dicevi spesso, Michael, ma te lo immagini quando saremo grandi? Se solo ci penso mi viene il cuore in gola. Quando avremo 10 anni, madonna mia, saremo all’ultimo di elementari. E quando ne avremo 20? Oddio, forse saremo tipo sposati. E 30? Poi saremo vecchi.
A volte questi discorsi li facevi tu, a volte li facevo io. A volte li facevamo insieme, colorando con i pennarelli la sagoma stilizzata della casa in cui avremmo voluto vivere, tu col tuo principe azzurro, io con la mia Cecilia. Non so perché, ma ho sempre pensato, fin da piccolo, che dovesse chiamarsi Cecilia. Stasera mi piacerebbe parlare con quella piccola bambina dai boccoli d’oro, entrare in casa e trovarla seduta per terra a disegnare, o sul dondolo a guardarsi le mani. Vorrei avvicinare lei e il suo piccolo compagno di giochi e dire loro, Ecco come andrà. Ecco cosa sarà. Almeno fino ai ventiquattro anni. Loro forse nemmeno capirebbero. Posso scommetterci. Loro sono troppo lontani da tutto questo, nella luce accecante di chi si è appena fatto vita. Loro resterebbero lì a parlare di qualunque cosa, anche degli anni, senza davvero sapere di che cosa si tratti. Solo per parlare. Mi guarderebbero un po’ intimoriti, forse pensando che in fondo non si sta poi così male su un dondolo bianco, sotto l’albero del nonno, ad aspettare che la vita cada loro addosso come le noci dai rami. Io, adesso, ancora lo penso.

22.10.14.notte.

1414015279961Stavolta parto davvero
con un vento leggero
che mi soffia alle spalle.
Tu dormi bene il tuo sonno
dove vado lo sanno
solo le stelle.

(…)
Stavolta parto davvero
quanto vento stasera
che mi soffia alle spalle
c’è solo un’ombra sul cuore
silenziosa e leggera
ma ci dormirò.

#Soundtrack

Nel freddo blu profondo (we bought a zoo)

1413831899857Cartolina dal fondo del mare. Ci siamo comprati tutto lo Zoo, dopo esserci presi per mano. Abbiamo fatto le giravolte come i bambini, quelle giravolte a testa per aria che poi ti gira tutto, cadi, e ti sembra per la prima volta di ruotare dentro una vertigine, come fa la trottola terrestre. Sulle nostre teste avevamo l’oceano riprodotto, un’idea di oceano, diciamo. Qualcosa per cui incantarsi, un motivo per seguire la luce, e centinaia di pesci. Non è stata soltanto una gita allo Zoo di Vienna, è stata una storia, stupenda e senza colpi di scena: la vita nel proprio accadere. Cominciano a saldarsi i legami, forse non mi sento nemmeno più dispari. Il sottofondo che si espande questa sera nel fondo del mare è una canzone stupenda di Low Roar. Si intitola Give up ed è anche un po’ una poesia. Sono nel freddo blu profondo di questa storia bellissima. Nel freddo blu profondo di noi, dei miei fantasmi di ieri e della luce di oggi. La luce che arriva fino in fondo agli oceani per non farli sembrare del tutto neri. È blu profondo il colore. Blu profondo.
E questa è davvero la frontiera di un futuro irrinunciabile.

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In my worst
I’ll do my best
To make it seem
Like I am happy