“Preparatevi, l’aurora”

Passano anche gli anni, e quasi non me ne accorgo. Passano le vite, nel mezzo, ma non si placa mai l’attesa. Ad Agosto 2013 cominciavo un viaggio che mi avrebbe cambiato per sempre la vita. Avevo passato i due anni precedenti a programmarlo, pensarlo, sognarlo la notte. Ho capito di essere nel posto giusto al momento giusto in molte situazioni, ma la cartolina più luminosa e commovente è quella della notte a Vík, di Dario che entra in stanza e ci grida: “Preparatevi, preparatevi, l’aurora!”, “Sul serio?”, “Sì, sta cominciando! Uscite, presto!”. E tutti fuori, dall’altra parte della strada, a ridosso del monte che incorniciava la via principale, in un punto abbastanza buio, lontano dai lampioni. È una notte di settembre e il midnight sun ci ha già dato appuntamento all’anno prossimo. Umberto ha preso al volo la macchina fotografica, sperando di riuscire a cogliere qualche sfumatura di luce, con gli scarsi mezzi a disposizione, sperando inoltre che Dario abbia ragione.
Dario ha avuto ragione.
A un certo punto ci siamo messi le braccia intorno alle spalle, mentre brandelli di cielo andavano a fuoco. Una tenda di luce, o forse la danza delle stelle, o il passaggio degli antenati. La commozione, le francesi (erano francesi?) ubriache e il freddo dei primi giorni di settembre. Da lì a poco sarebbe scesa la prima neve, ma noi saremmo già stati a casa. Erano le prime ore di settembre, eravamo noi tre a Vík, sotto un cielo infuocato. C’era la mia vita, che prendeva una strada diversa, per non tornare più indietro.

Vatnajökull

Vatnajökull

Grovigli

Adoro, adoro, adoro i tuoi grovigli.
Piccole cose che parlano di noi. La sua esitazione e il mio cercarla. I rami di quest’albero sono ancora sulla mia testa, ma non aspetto più che dall’alto mi cada addosso una nuova vita. Forse che riesce a sentire la forza di questo presente? C’è un momento da vivere, un profumo fortissimo, la sua pelle. Non darò più nomi al futuro. Resterò steso qui sotto ad ammirare i suoi grovigli, anche quelli invisibili, e a sentire il suo corpo vicino. Non parlerò, che a volte la serenità rende così banali. Non mi chiederò cosa succederà domani. È tutto qui, semplicemente. È dentro il nostro non sapere, dentro i forse e le ferite da riaprire, per far finalmente filtrare la luce. Luce fra i grovigli. Raggi di sole attraverso questi rami. Mi volto. I suoi occhi sorridono più del resto del suo volto. Dimentico le trappole del cuore, dimentico le attese. Il sole si mette comodo per tramontare. Del seguito ricordo poco e niente. Al limite, le mie labbra sulle sue.

Due vite

Senza filtro.

Senza filtro.

Potremmo restarcene qui, seduti sulla panchina dei nostri vent’anni, a raccontarci dei giorni trascorsi senza parlare. Ritrovare l’odore serale dei luoghi di sempre, passeggiare sull’argine con semplicità. Ripescare sorrisi dentro un cono gelato e nella stanchezza delle gite domenicali. Potremmo fotografare i luoghi dell’infanzia, dove i nostri corpi hanno affondato radici – per quanto elastiche, per quanto fragili – come se li vedessimo per la prima volta. È lo strano effetto del ritorno, uno stupore imprevisto che ha colto i miei occhi tornato da Vienna. La meraviglia della mia campagna, della mia casa, dell’affetto del mio cane all’apertura del cancello, dopo mesi di attesa, sensazioni di rinnovata familiarità, a braccetto e in contrasto con la rabbia dell’essere di nuovo qui, di nuovo tornati dal viaggio. Si cammina insieme alla propria contraddizione per mesi. Gioia e dolore del viaggiatore, dello studente che ha deciso di partire. Si cammina tenendo per mano due vite, una lontana e l’altra vicina. Ma per un attimo si è davvero felici, in parte il cuore esulta davvero di fronte ai luoghi, ai volti e ai ricordi di sempre, prima di ricadere nella nostalgia del sogno lontano che si ha abbandonato.
Chissà se è sempre lì la stessa panchina, un giorno potrebbe davvero trovarci seduti a strozzare il silenzio, a raccontarci semplicemente dei giorni lontani, di quelli passati ad odiarci, di quelli vuoti e senza parole. Ci sono due strade: una conduce al prossimo viaggio. Vorrei sedermi un secondo, prima di riprendere il cammino.

Guida piano

Il mio amico sta bene. Il suo sorriso è ancora intero. È così strano poterlo dire, poterlo scrivere. A lui mi sono ispirato per uno dei miei personaggi migliori, solo che nel libro il suo sorriso veniva spezzato sulle coste del Nord Africa. Era proprio questa l’immagine: un sorriso spezzato dalle pallottole. E una caduta sorda e senza papaveri rossi, solo sabbia invadente. Il mio amico sta bene, ed è vita reale. Il suo sorriso muto si ricorda ancora di tutti gli anni passati a sostenerci il passo, anche da lontano. Eppure non si ricorda cosa è successo giusto ieri, qual è stata la causa di quel volo tanto vicino alla linea che separa la vita e la morte.
Per un attimo sei immobile, per un attimo sono immobile. Ti leggo sulle notizie del mattino, ti vedo, ma sei solo un nome. Potresti essere rimasto solo nome. E invece no, perché stai bene. Forse cambierò il racconto, rimetterò le mani nei vari fili della trama, per far sì che il tuo sorriso non si spezzi più. Mi dà fastidio, stasera, scrivere finzione. Mi irrita giocare col destino. Vado a comprare il libro che mi hai chiesto e vengo a portartelo. Voglio regalarti di nuovo la mia amicizia, come se fosse il primo giorno sui banchi di scuola, come dieci anni fa. Voglio di nuovo presentarmi e stringerti la mano. Dirti che sei scemo e che dovrai guidare piano. Abbiamo un appuntamento al bar dei nostri settant’anni, per commentare il mondo che cambia e rievocare i nostri ricordi. Abbiamo un appuntamento. Guida piano.

Con un brusio nelle orecchie

Ogni volta che passo uno sguardo distratto sulla libreria e, per caso, mi soffermo sulle tante guide d’Islanda che ho impilate su uno scaffale, mi tornano in mente l’entusiasmo e l’adrenalina della preparazione del viaggio e in un secondo sono di nuovo al volante, sulla Ring Road, senza una meta precisa, impegnato a guardare la strada, a non farmi troppo distrarre da quel paesaggio a metà fra la fine del mondo e un anticipo di paradiso, fra il nulla e l’assoluto. L’Islanda ha qualcosa che mi somiglia profondamente. Una specie di contraddizione. Una piuma che balla fra le fiamme ed il gelo, in un maestoso equilibrio. L’Islanda induce l’uomo a essere se stesso, gli offre una libertà pericolosa ed estesa, toccando corde dell’animo tanto profonde da lasciare il segno. La tentazione di restare diventa indomabile, così come il desiderio – di certo assimilabile al bisogno fisico – di ritornare.
Ritornare diventa la parola chiave per chiunque contragga questa malattia. Ritornare diventa un sogno e una missione, diventa l’orizzonte futuro, un pensiero fisso impossibile da scacciare. Ogni giorno trascorso lontano, ogni occasione mancata, non fanno che accrescere l’insoddisfazione dell’attesa. Un’attesa silenziosa e spesso incompresa. Una nostalgia costante e sottile, come un brusio nelle orecchie che invita a ritornare a casa.
Með Suð í Eyrum, Víð Spilum Endalaust – “Con un brusio nelle orecchie, noi suoniamo senza fine”.

Siamo schegge di luce

Siamo schegge di luce nella sera. Apriamo la porta del cielo per fuggire via, sulla spinta del vento. A volte mi dicevi: come faremo a ritrovarci oltre le nubi della notte? Ci sarà un sole per noi? Le nubi della sera non si possono vedere, ci accorgiamo della loro presenza solo perché non vediamo le stelle. Siamo schegge dentro questa notte, illuminiamo il cielo anche se è coperto. I nostri sogni ci nutrono, ci lisciano le ali per il volo incerto. Siamo schegge di luce che spezzano il tramonto. A volte mi chiedevi: rimarrai? Rimarrò, ti rispondevo. Sarò qui per sempre. Come uno specchio, per mostrarti il tuo cuore.

Un eterno giorno di giugno

Vík, Iceland

Vík, Iceland

La spiaggia nera di Vík è sempre uno scenario dei miei sogni, forse la meta del mio paradiso: dev’essere di certo un eterno giorno di giugno, con il sole di mezzanotte fermo sull’orizzonte, un vento forte ma non troppo, il verso dei gabbiani, le impronte delle scarpe mie, di chi mi ha preceduto e, dietro, di chi mi seguirà. Volti sereni, illuminati dal rosso fuoco della nostra unica stella. Sì, dev’essere così. Come nel mio vagabondare notturno, a occhi chiusi, per fuggire dall’afa italiana, dalle coperte strette, dal tetto troppo basso sulla mia testa che dispera libertà. E magia. La magia delle parole che ritornano, come un taccuino da riempire di quelle storie che credevo di aver perso. La magia di ritornare semplicemente lettore e scrittore. Affamato di vita. La magia di trovare nuovo amore sulla strada, insieme alle parole che pensavo non ci fossero più. Non sono mai stato tanto felice di abbandonare i miei sogni, al mattino, di lasciare la spiaggia di Vík e le mie fughe notturne. L’Islanda è lontana, la libertà è un volo costantemente ostacolato dal vento. C’è un cartello a Vík, porta la foto di un gabbiano che dice “Per favore, fa’ attenzione – non riesco a volare”. Il motivo è il troppo vento, le intemperie. Difficile, ardua, complessa, dolorosa è la strada per la libertà. Per ora la tengo nascosta dentro la borsa segreta dei sogni. E vivo. Che, in fondo, non sono mai stato così felice di tornare alla realtà.