L’arrivo in Islanda

Mi ricordo ancora l’atterraggio a Keflavík, il tentativo di guardare fuori, di vedere il profilo dell’Islanda nel crepuscolo della notte estiva e di fissarlo poi nella memoria per sempre. Sull’autobus verso il centro, tenere il naso appiccicato al vetro della vettura, con la curiosità del bambino, per vedere la linea rossa del sole che non tramontava. Erano le due di notte, ma sembrava quell’ora della sera in cui si alza il vento, l’aria si rinfresca e il sole comincia a salutare. Non sarebbe sceso più in giù di così, anzi, sarebbe risalito facendomi risvegliare di soprassalto, poche ore dopo, nella stanzetta colorata di un ostello, su una traversa della via principale di Reykjavík. Vedere le casette di lamiera colorata nella luce blu, il Tjörnin addormentato, accovacciato nella notte incerta insieme ai suoi gabbiani; mi ricordo i sussulti del cuore, la meraviglia del pensiero. Ricordo ogni singolo brivido che mi ha attraversato la pelle entrando nella capitale. Scesi dall’autobus, trasportai la mia pesante valigia nell’ostello, mi avvolse la consapevolezza che per il mese successivo l’Islanda sarebbe stata la mia casa. Un mese tanto bello da sembrare un giorno. Una distanza tanto grande, ora, da sembrare invece infinita. Mi coricai dopo aver spedito a casa messaggi di rassicurazione. Non so come riuscii ad addormentarmi, come riuscii a placare l’entusiasmo, il respiro affannoso, la sensazione profonda di essere finalmente arrivato. Finalmente nel luogo sognato. Finalmente coi piedi piantati sul mio Nord. Finalmente a casa. Perché non avevo il minimo dubbio di ciò che avrei trovato, non avevo paura che il sogno s’infrangesse sugli scogli dell’esperienza reale. E infatti non fu così. Per questo mi manca ogni giorno. Ci penso ogni giorno. E spero, ogni giorno, che si avvicini il momento di tornare a casa.
Find your North.

Il bellissimo video proposto oggi è il frutto del viaggio di Lea et Nicolas Features nella terra del ghiaccio e del fuoco: una prospettiva (finalmente) diversa dai soliti campi lunghi, un racconto fatto di frammenti, ritagli, ricordi personali di un viaggio vissuto davvero e profondamente. “Everything makes sense now”.

Damien o un girasole

È già un nuovo giorno sulla collina. Damien sbatte la porta di legno per uscire in giardino a raccogliere un secchio di acqua dal pozzo. Albeggia lontano. Si guarda le mani, gli si macchiano di rosso. È il sole che saluta, che accarezza i fili d’erba e la vita. Damien sa di non essere pronto. Ma quando si può dire di essere pronti?, si domanda sulla porta, rientrando. Nessuno al mondo è mai stato pronto, forse solo i santi o i diavoli, ché l’estremità del bene per certi aspetti è tanto vicina a quella del male, come due punti su un cerchio, equidistanti dalla vita che scorre. Scorre come il fiume vicino alla casa, come l’acqua sui tizzoni ancora incandescenti della notte prima. Damien mette su un disco, con un’occhiata veloce si ricorda di quel libro di Tolstoj impolverato sulla credenza che deve ancora terminare di leggere, poi pensa a Van Gogh, al modo in cui avrebbe ritratto questa mattina e il rossetto rosso che si è passata sulla linea dell’orizzonte, come fosse l’incontro di due labbra carnose e affamate di un pezzo di mondo che per troppe ore si è concesso alle tenebre. Damien – sente la voce di sua madre – Damien, portami un fiore. Portami un bel girasole.
Non ci sono girasoli in giardino, non ce ne sono più. Sono appassiti, hanno abbassato la testa, per l’arroganza di quest’autunno ventoso e prepotente. Pulisce dalla cenere il camino, si prepara ad accendere un altro fuoco. Pensa a Van Gogh e si chiede come avrebbe disegnato quel fuoco, le sua fiamme, le sue punte sfuggenti e rapidamente ritratte, quasi come le onde del mare, solo più lucenti e affilate. L’acqua e il fuoco, come il bene e il male, per certi aspetti si somigliano. Come due punti su un cerchio. Il rossetto rosso dell’alba ha iniziato a sbavare e a macchiare tutta la tela del cielo. Damien decide di guardare fuori, dopo aver lasciato un bricco di acqua a scaldare. Quest’alba si meriterebbe un degno pittore, un Van Gogh personale, che la vedesse e se ne innamorasse, ritraendone l’essenza sulla tela. Quest’alba meriterebbe di essere vissuta. Sei pronto, Damien? – sente la voce di sua madre – Portami un bel girasole!
Non c’è più nessun girasole, mamma. Solo un disco che gira sul piatto senza emettere note. Un fuoco fragile e senza più spade. Un alba di labbra sbavate. Non sono pronto. Non sono pronto a venire. C’è un uomo solo che guarda il cielo inondarsi di luce e che vorrebbe tornare a dormire.

Dove sei tu, Keplero

Lo sai cosa ho pensato, nel momento in cui hanno annunciato la scoperta di Keplero? Ho pensato a quante persone dovrebbero morire, se un giorno mai arrivassimo lassù, magari spinti dal bisogno inderogabile, dall’urgenza di continuare a vivere. Quante guerre, quanto sangue riusciremmo a far scorrere per un brandello di nuova terra. E ragioniamo per assurdo, voliamo con la fantasia: metti caso che ci fosse già qualcuno? Cosa faremmo, se non tentare di neutralizzarlo, come abbiamo sempre fatto? La Storia cambia forma, nomi, colori, cambia il modo di giungere allo stesso punto, ma non impara mai. Perché l’uomo non impara, l’uomo non modifica la sua natura e non sa leggere il passato con lungimiranza. Quintali di inchiostro nei libri di scuola, per vedere ancora gente morire, per vedere gente scontrarsi, pensando altri popoli inferiori, identificandoli con le cause dei propri dolori e del proprio collasso. La Storia non impara, semmai affila le armi con la lama della tecnologia.
E allora a che servono i poeti? Uno scrittore immenso, che con onore definisco amico, continua a girare il mondo sostenendo che la letteratura può cambiarlo, liberare i popoli dalla schiavitù, forse persino salvare dall’oblio. Ma dove sarebbero i poeti all’atterraggio su Keplero? Dove nasconderebbero le penne che un tempo imbevevano nell’inchiostro dei cieli? Ecco, che cosa direbbero i cieli, vedendoci sbarcare su un pianeta, portando con noi la sua condanna? Qualcuno avrebbe il coraggio di bagnare una punta nel sangue che scorre e scrivere sulle pareti delle montagne tutte le vite perse e i boati delle guerre atomiche? Chi avrebbe il coraggio di fermare nell’eterno i volti della gente e il loro ricordo di casa? Chi avrebbe il coraggio di raccontare gli accecati e di perdonare la loro follia, di amarli comunque come uomini, di dire comunque che sono stati uomini? Chi avrebbe il coraggio della poesia, nella feroce lotta di conquista? Ci sarebbe qualcuno? Rimarrebbe un lampo acceso? Quel lampo nella notte del pensiero, che illumina di eterno la nostra condizione, che riesce ad abbracciarla e compatirla, regalandola alla gabbia delle parole.
Dove sei tu, Keplero, ci si uccide per amore? Ci si uccide per Dio? Dove sei tu, cosa vuol dire Dio? In quella parte di universo l’uomo fa morire i propri simili? Li condanna all’infelicità e alla schiavitù? Dove sei tu, Keplero, ai bambini viene riconosciuta la grazia delle stelle?
Scommetto che i bambini non si chiedono queste cose di fronte alla tua fotografia, davanti alla tv. Scommetto che sono già su un astronave per arrivare a te. Ti immaginano pieno di sole, di prati verdi e margherite. Ti vedono colmo di sorprese e di allegria. Pensano alle feste, alle rincorse e al sorriso della mamma, accarezzato dalla luce di una diversa stella. Non pensano a ciò che vorrebbe dire. Non pensano al fatto che forse tu stai meglio senza di noi.
Non pensano che forse sono loro i nostri ultimi poeti. Ed è meglio così, che se lo sapessero perderebbero il potere del loro piccolo cuore di luce.

Vento dell’ovest

E adesso parla solo il vento.
È l’unico mare su cui, di tanto in tanto, sento la tua voce navigare.
È un lampo, solo un istante e di certo un’illusione.
Mentre cammino sul sentiero senza fatica,
senza dolore nei miei mille passi.
Solo d’un tratto non ricordo più
che cosa sto aspettando.

You’ll remember me
when the west wind moves

#Soundtrack

Le Ninfee di Monet

Parigi, 2010.

Parigi, 2010.

Tu lo sai, vero, cosa succede dopo?
Ci sediamo di fronte alle Ninfee di Monet e cominciamo a perdere l’orientamento inseguendo le varie pennellate. Ci chiediamo come sia possibile che dei tocchi a volte così grossolani possano aver dato vita a questo insieme, a questo meraviglioso concerto. Sono al centro della grande sala bianca e cerco di immaginare il mistero dell’acqua, o per meglio dire, del suo riflesso, reso attraverso l’uso sapiente della tempera. L’impressione ipnotica non della natura, ma della sua essenza. L’essenza di uno specchio d’acqua, dei fiori, delle foglie, di un pomeriggio qualunque passato in riva al lago ad ammirare il mondo che vive. Ma è solo un’impressione, un’imperfetta sinfonia di forme e colori: se così non fosse, non ne vedremmo la sostanza. L’anima del luogo si cela precisamente nell’approssimazione, nel tocco rapido, ma tanto sapiente da essere capace di diventare luce, di intrappolare la luce. Ecco cosa succede dopo.
Ci sediamo di fronte alle Ninfee e restiamo in silenzio. Sul dorso della mano hai ancora una macchia di tempera. Stamattina ti ho chiesto di dipingermi il cuore di un colore diverso da questo rosso spento. Ti ho chiesto di pennellarmi sul cuore l’impressione di un cielo sereno. Fa’ del mio cuore la tua tela. Coprilo di luce, come farebbe Monet. Svestilo della sua banalità per ritrarre la sua essenza. Lo porterò con orgoglio al centro della stanza bianca e lo farò parlare. Ecco cosa succede dopo.
Ci sediamo nel salone delle Ninfee e il mio cuore, finalmente, comincia a parlare.

E ti vedrò andare

Te ne andrai, sulla schiena delle onde che ti solleticano i piedi di schiuma. Al volo, salirai su un’aquila, sulle autostrade lunghe delle nuvole sottili e stiracchiate. E io ti vedrò andare, fino alle spiagge dove il sole va a insabbiarsi nelle sere d’estate. Fiori di loto fra i capelli, sfumature rosee di un mattino e di una brezza sottile. Nuove strade di acciottolato su cui condurre i tuoi sandali verso il futuro.
Avrai un vestito lungo e largo per dare riparo al vento, per farlo giocare. Avrai un pensiero ogni tanto. Una canzone ogni tanto. Un dolore ogni tanto. Una mancanza ogni tanto. Un nuovo amore ogni tanto. Avrai luce sul viso, per accecare dubbi e nostalgie. Avrai radici elastiche, per scongiurare il timore di perdersi e di non ritornare. Accarezzerai ricordi che non sono più tuoi. E io ti vedrò andare, senza l’arroganza di dire niente, immaginandoti passare come fa la bella stagione. Come il loto che in autunno lascia il lago senza colore. Un vento che portava un buon profumo e che ha smesso di soffiare.